Fonte:        24Ore Business                                   

Diagnostica per immagini: allarme rosso sulle apparecchiature

«Da un terzo alla metà del "parco macchine" in uso nella Sanità italiana è obsoleto e dunque "pericoloso" per il paziente»: è questo il dato allarmante contenuto nel primo censimento del settore realizzato per iniziativa del ministero della Salute, concluso a fine luglio e immediatamente trasmesso dal ministro Girolamo Sirchia agli assessori regionali alla Sanità.

Secondo il rapporto il 67% dei mammografi utilizzati nelle strutture pubbliche e private italiane e il 30% delle Tac espongono i pazienti a dosi inaccettabili di radiazioni ionizzanti. Il 90% delle terapie intensive è privo dei supporti indispensabili a diagnosticare con certezza l'infarto miocardico acuto. Per dirla in breve: le tecnologie di diagnostica per immagini non sono in "buona salute".

Gli assessori hanno ricevuto la raccomandazione di attivare l'accesso ai fondi disponibili per l'ammodernamento tecnologico e rendere più efficiente l'uso delle apparecchiature valide, attivando anche la libera professione infermieristica prevista per legge da gennaio 2002 (si veda «Il Sole-24 Ore» dell'11 agosto). Un tassello davvero non secondario nel clima di rabbiose polemiche che in queste settimane sta caratterizzando il dibattito sulla ristrutturazione della rete ospedaliera avviata in diverse Regioni. L'indagine (realizzata dall'Ufficio di Statistica della Salute e pubblicata integralmente nell'ultimo numero del settimanale «Il Sole 24-Ore-Sanità») documenta le ragioni dell'allarme. A partire dalla vetustà di apparecchi che ? secondo standard aggiornati ? dopo 7-8 anni sono da buttare.

«Il 31% degli apparecchi di radiologia tradizionale ha più di 15 anni, oltre il 50% più di 10, il 67% oltre 8 ? enumera lo studio ? il 30% delle Tac ha più di 8 anni, il 28% delle apparecchiature di medicina nucleare ne ha più di dieci anni e il 48% più otto». Dati «estremamente preoccupati» rimarca l'indagine. E consola poco scoprire che «per gli ecografi la situazione è migliore» perché «solo il 17% ha oltre dieci anni e il 33% oltre otto anni», soprattutto alla luce degli effetti di apparecchiature "vecchie" sulla salute dei pazienti.

Mammografia: prevenzione negata. Il dato forse più inquietante è quello relativo alle mammografie: rispetto a un bacino d'utenza complessivo di 11,5 milioni di donne di età superiore ai 40 anni, candidate all'esecuzione di screenig annuali o biennali, sono state censite meno di due milioni di idagini. E in gran parte mal eseguite, con macchine che producono un inutile bombardamento di radiazioni e facilmente determinano un alto numero di false negatività, «ritardando il momento della diagnosi».

Medicina nucleare. Ritardi ancora più fatali sono quelli determinati dall'assenza del servizio di medicina nucleare nel 90% dei nosocomi con terapia intensiva coronarica: può derivarne «un aumento dell'incidenza di falsi negativi e falsi positivi nella diagnosi di infarto miocardico acuto». In altre parole può accadere che il paziente sia dimesso dal Pronto soccorso per ritrovarsi a rischio di decesso nelle 24 ore successive.

Valle d'Aosta reginetta delle tecnologie. La distribuzione delle apparecchiature, l'età e il relativo utilizzo sono diversi nelle Regioni. La parte del leone tocca alle apparecchiatrure radiologiche convenzionali e agli ecografi. Le prime sono 3.680, i secondi 3.052, seguiti dai 1.637 sistemi radiologici telecomandati. Al primo posto per numero di apparecchiature disponibili c'è la Lombardia che, seguita dall'Emilia Romagna, ha la maggior dotazione registrata nell'indagine. Ma per l'età delle apparecchiature, la Valle d'Aosta batte tutti. È l'unica Regione, infatti, ad avere oltre l'80% delle strumentazioni con meno di sette anni di età (il 57,1% ha meno di tre anni), contro una media nazionale del 50% e il picco negativo in Liguria, dove solo il 39,8% degli apparecchi ha meno di sette anni.

Ma la tecnologia avanzata non è di casa ovunque. L'indagine sottolinea, infatti, che i tomografi Pet dedicati, importanti nella diagnosi precoce dei tumori, sono solo 14 in Italia, di cui sette in Lombardia, due in Piemonte, tre a Bolzano e uno rispettivamente in Emilia Romagna e Toscana. Nulla nel resto del Paese. Non esiste poi neppure una gamma camera planare, essenziale nel sospetto di infarto miocardico acuto, in Valle d'Aosta, Bolzano, Molise e Basilicata, né ci sono sonde per chirurgia radioguidata in Molise e Calabria.

Una nota, infine, per quanto riguarda il luogo di erogazione delle prestazioni. Per la radiologia tradizionale ? quella maggiormente diffusa ? in Lombardia, Friuli e Marche lavorano più le strutture accreditate delle pubbliche. Situazione di sostanziale parità in Veneto, Emilia Romagna e Basilicata e predominio del pubblico a Bolzano e in Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna. In Valle d'Aosta e a Trento, poi, non esistono prestazioni di radiologia tradizionale accreditate. E il privato accreditato è assente ovunque per la Medicina nucleare, molto scarso nella Mammografia (circa un terzo delle prestazioni), in "pareggio" col pubblico per la Risonanza magnetica. Per le altre prestazioni, eroga in media il 50% circa di prestazioni rispetto al pubblico.
(29 agosto 2002)

Sara Todaro (da Il Sole 24 Ore)

Personale e apparecchiature "a tempo pieno"

Le apparecchiature di diagnostica per immagini restano in funzione troppo poco nell'arco di una giornata: tra il 35 e il 70% (a seconda del tipo di strumentazione) non supera le 8 ore. E durante la settimana tra il 30 e il 60% dei servizi resta aperto per meno di 5 giorni.

È vero che dall'indagine del ministero della salute risulta marginale la quota di servizi con un'apertura inferiore alle 4 ore, eccetto che per l'angiografia (13% delle strutture). Ma è anche vero, sottolinea il documento, che oltre la metà dei servizi di medicina nucleare, angiografia interventistica ed emodinamica ha un orario di apertura compreso solo tra le 5 e le 8 ore giornaliere, mentre oltre il 50% dei servizi di radiodiagnostica e neuroradiologia assicurano un'apertrura oltre le 9 ore giornaliere. Un impegno troppo basso rispetto ai costi dei macchinari e al livello diagnostico che li caratterizza.

E per utilizzarli "a tempo pieno" la via indicata nell'indagine del ministero è una: incentivare il personale a lavorare di più, allungando l'orario di attività e, dove necessario anche reclutando nuovi operatori. L'obiettivo è di aumentare in modo significativo le prestazioni che oggi sfiorano i 43 milioni l'anno, ma sono in realtà solo una media di 0,76 per abitante.

Oggi tra i servizi pubblici e quelli privati accreditati di diagnostica per immagini ? che detengono la maggioranza delle apparecchiature "extraospedaliere" a disposizione del Ssn ? c'è una netta differenza di organico: a livello nazionale, a fronte di quasi 20 unità di operatori per ogni servizio pubblico si hanno circa 7 unità nei privati accreditati. Differenza ancora più evidente se si considerano i tecnici di radiologia: in media 8,6 per ogni servizio pubblico contro i 2,1 per servizio privato accreditato.

Per quanto riguarda il lavoro che questo personale svolge, nei servizi ospedalieri di diagnostica sono state effettuate in media nel corso del 2000 circa 1.423 prestazioni per ogni operatore (compresi quelli amministrativi).
Il carico di lavoro dei tecnici di radiologia è però di circa 2.800 prestazioni (escluse le ecografie che sono effettuate dal personale medico) per tecnico e quello dei medici di 5.723 prestazioni. Ma, a esempio, mentre a Bolzano le prestazioni per ogni camice bianco sono quasi 11mila e a Trento, in Veneto e in Basilicata sono comprese tra le 8mila e le 8.500, in Sardegna superano di poco le 3.600 e in Sicilia le 3.900. I tecnici di radiologia, invece, lavorano di più in Veneto (3.823 prestazioni) e a Bolzano, in Lombardia e Basilicata (tra le 3.300 e le 3.400 prestazioni), di meno in Valle d'Aosta (1.391 prestazioni) e poi in Emilia Romagna (2.218), in Sardegna e in Molise (circa 2.300).
(29 agosto 2002)




 

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