Roma, 9 aprile 2002

 

 

Alla cortese attenzione di Mauro Miserendino

Redazione Corriere Medico
Fax 02/76391923

 

 

Quando si cerca di correggere il tiro (vedi Corriere Medico del 4 aprile e dell' 8 aprile 2002) dopo aver diffuso un documento, ritengo meditato: "Proposte per una nuova sanità. Alcune idee per il Governo Berlusconi, a cura di Stefano Biasioli, il rimedio, come sempre, rischia di essere peggiore del male.

Pur ricevendo tantissimi fax e email di giusta e sacrosanta protesta di moltissimi orgogliosi medici di famiglia, ritengo utile per la medicina italiana, già oberata da tantissime difficoltà, continuare a "ragionare" (cosa purtroppo non frequente) e aggiungere poche riflessioni rispetto a quanto da me sostenuto nel Corriere Medico dell'11 aprile

  1. il Direttore di Corriere Medico non dovrebbe più pubblicare sulla prima pagina del giornale da lui diretto (28.03.2002) articoli dal titolo "Rimonta da Superstar - Medici di famiglia promossi a pieni voti". perché altrimenti si rischia che ad essere promosso a pieni voti sia uno dei peggiori vizi capitali: l'invidia;
  2. confermo in piena scienza e coscienza che il documento "Proposte per una nuova sanità" contiene tali e tante inappropriatezze, soprattutto in riferimento all'area dell'assistenza territoriale, da farmi dubitare del fatto che sia solo frutto di ingenua ignoranza;
  3. i risultati in termini di salute, raggiunti nel nostro paese attraverso il Servizio sanitario nazionale e riconosciuti dal mondo intero, non hanno certo bisogno di un totale stravolgimento del sistema, ma di una chiara e definitiva razionalizzazione nel sentiero dell'appropriatezza, dell'equità e dell'universalità soprattutto investendo, come giustamente le regioni sembra vogliano fare, sempre di più nell'assistenza territoriale;
  4. la crisi che attraversa la medicina italiana, nonostante i lusinghieri risultati, molto spesso artatamente e strumentalmente enfatizzata a fini non del tutto trasparenti, imporrebbe a tutti i medici italiani, a qualunque titolo operanti nel nostro paese, più serenità, collegialità e soprattutto capire ed interpretare le giuste esigenze di ogni categoria medica al fine di una vera tutela della salute individuale quale interesse collettivo.

Saremo sempre comunque disponibili al confronto anche se le proposte del Segretario nazionale della Cimo diffuse tramite Corriere Medico, per ampia parte piuttosto qualunquistiche, ci indurrebbero al pessimismo nella costruzione di un rapporto, che dovrebbe essere permeato dalla virtù dell'etica, con i dirigenti della Confederazione Italiana Medici Ospedalieri.

Mario Falconi

CON PREGHIERA DI URGENTE PUBBLICAZIONE

 

Corriere Medico, pag. 3 - 4 aprile 2002

Il sindacato degli ospedalieri guidato da Biasioli accusa i medici di famiglia

Cimo, generalsti all'indice

«Sono fonte di troppe spese»

Milano-MAURO MISERENDINO

Una lobby tesa a difendere i propri interessi e non quelli della sanità e del paziente. Un professionista che guadagna ma dà poco in cambio al Ssn e, anzi, non argina la crescita della spesa; un collega spesso teso a difendere con successo una convenzione arcaica che non dà allo stato o alla regione la possibilità di sorvegliarlo. Questo sarebbe il medico di famiglia a parere di una parte dei medici ospedalieri, forse meno rappresentativa, perchè "di minoranza" - quella che si riconosce nei circa 15 mila iscritti del sindacato Cimo Asmd per intenderci - ma pur sempre una fetta importante di colleghi.
Il sindacato guidato da Stefano Biasioli ha prodotto delle proposte per il nuovo Ssn già nel 2001, indirizzandole al governo per cambiare la riforma-ter.
Quest'anno le ha riviste alla luce dell'uscita dei livelli essenziali di assistenza. Ed è subito querelle con i generalisti. A medio termine infatti l'elaborato di Biasioli e colleghi propone di modificare radicalmente la convenzione di medicina generale, di vincolare il medico generale a orari precisi e a forme di reperibilità, di pagarlo a prestazione con un "minimo garantito", relitto dell'onorario a quota capitaria; di liberalizzare l'accesso alla medicina generale un po' come avviene in Francia (con estensione del ricettario regionale a tutti gli specialisti pubblici); di obbligarlo a rispettare il prontuario ospedaliero.
Misure drastiche che partono da giudizi ancor più drastici. Nel documento si legge in pratica che il principale artefice del mancato controllo della spesa sanitaria è il medico di famiglia, «un primario di se stesso che si fa scudo del suo studio e della sua convenzione». Seguono parole come pietre: il generalista intanto non è controllato, poiché l'Asl non ha strutmenti immediati per monitorarne il coinvolgimento nelle politichie sanitarie; non ha un orario settimanale; non è vincolato alla reperibilità o alla pronta disponibilità; spesso non è vincolato nemmeno dal rispetto dei tetti di spesa, mentre l'ospedaliero lo è. Infine, il suo ricettario è la fonte di tutti i costi sanitari: attiva indagini e visite specialistiche, spesa farmaceutica e ricoveri ospedalieri.
Ma non è finita qui.

Il disagio in corsia

«Negli ospedali - dettaglia Biasioli - si vive un certo disagio dovuto al mancato coordinamento con i nostri colleghi del territorio. Oggi l'ospedaliero guarda con sospetto al medico di famiglia perchè ha a che fare tutti i giorni con pseudourgenze nei pronto soccorso: pazienti che non hanno trovato il proprio medico di famiglia e soprattutto il pediatra di libera scelta o non hanno voluto andarci e che il pronto soccorso non se la sente di respingere. Delle 12 mila cause che oggi vedono un medico alla sbarra il 98 per cento sono riferite a noi ospedalieri. E gli aumenti dei premi per le polizze Rc sanitarie si riferiscono sempre a noi».
A proposito di premi, Biasioli spiega che si tratta di cifre non così distanti da molte delle voci di spesa lamentate "storicamente" dal medico di famiglia.

Gli accordi regionali

«Benché le ricerche della Cumi e di Salvo Calì affermino che, grazie all'esclusività, l'ospedaliero è diventato più ricco del generalista, la realtà e ben diversa. Nelle regioni del nord che hanno firmato la convenzione integrativa sono molto più ricchi i generalisti, che prendono in media duemila euro in più di chi ha pari anzianità anche quando non sono a massimale pieno».
Una ricerca della Cimo a giorni dovrebbe confermare questi dati in modo circostanziato, ma Biasioli mette le mani avanti: «Il dato Cumi si riferisce alla primavera 2001 quando ancora il grosso delle convenzioni regionali doveva essere firmato. Ora che le firme sono arrivate sono comparse nuove voci aggiuntive, in Veneto sono addirittura ventuno e così spieghiamo come il generalista sia più ricco e grazie all'accordo regionale si copra gli oneri dello studio. Certo, scendendo al sud le voci aggiuntive diminuiscono e il margine si erode. Per contro, la quota variabile dell'ospedaliero è diminuita del 10 per cento rispetto al 1974 e siamo in cerca di un riequilibrio».
Biasioli ammette che non gli va giù che le regioni abbiano ripreso a scommettere sul territorio. Non investire sull'ospedale vuol dire impoverirlo pericolosamente. E investire sul territorio? «A fronte di aumenti oggettivi, non è cambiato il coinvolgimento dei generalisti nella gestione dei pazienti. Le visite ai non urgenti in ps che io auspico da anni sono realizzate solo in alcune "oasi" al Nord-Ovest e in Emilia Romagna, ma non sono la regola. Invece andrebbero imposte in convenzione, così come l'associazionismo dovrebbe essere la norma».
Altro punto dolente, la comunicazione con il medico di famiglia sul paziente ricoverato.
«E' molto scarsa, a mio parere; sono sempre i soliti da trent'anni quelli che mi cercano. Certo, io lavoro in nefrologia, ma il polso del Veneto ce l'ho, e dico che andava meglio negli anni '70, quando i medici di famiglia dedicavano più tempo alle visite in ospedale. E dire che da nessuna parte è scritto che il diabetico grave è ceduto dal medico di famiglia e passa in carico all'ospedale. Ci vorrebbero regole omogenee almeno a livello regionale per far saltare gli equivoci».
La Cimo propone così il passaggio a un modello diverso, con ambulatori distrettuali al posto degli attuali studi, gestiti da medici di famiglia che si turnano per un arco di dieci ore al giorno e una rete consulente di poliambulatori di specialisti ambulaloriali dell'Asl.

Rete gerarchica di ospedali

Nel contempo, propone una rete gerarchica di ospedali, dal centro diagnostico (ex zonale riconvertito) al nuovo centro di riferimento, modello per il quale il governo dovrebbe mettere in preventivo una spesa globale di miliardi di euro. E propone incentivi al personale medico a produrre e sua ammissione alla compartecipazione sui ticket, estesa a sua volta alle principali prestazioni.

Corriere Medico, pag. 2 - 8 aprile 2002

E' RIVOLUZIONE in ospedale. Il ministro della Salute Girolamo Sirchia ha presentato alle regioni e al parlamentino dei medici la sua controriforma che prevede la fine dell'obbligo per i medici dipendenti di optare, fuori orario di lavoro, per la libera professione intra o extraospedaliera. D'ora in poi ci saranno due contratti: a tempo pieno (comprensivo di indennità di esclusività) e a tempo definito. Sirchia ha pure presentato il piano sanitario nazionale 2002-2004 in cui, sia sull'ospedale sia sulla medicina generale, ci sono similitudini con le proposte avanzate dal sindacato Cimo: l'idea del Psn degli ambulatori da tenere aperti sette giorni su sette per 12 ore al giorno, ad esempio, si sovrappone a quella degli studi aperti 6 giorni su 7 per dieci ore al giorno proposta dal leader Cimo Stefano Biasioli. Quest'ultimo torna ad affrontare su Corriere Medico i rapporti ospedale-territorio per puntualizzare alcuni elementi che a suo avviso sull'ultimo numero avevano dato l'idea di frizioni fra generalisti e specialisti. Le affermazioni vanno raffrontate alle analisi dello stesso Biasioli sulla medicina generale che, per dare un quadro completo, riportiamo per intero.

Mentre il ministro Sirchia cancella l'esclusività negli ospedali

Medicina e Territorio, le proposte Cimo sulla nuova assistenza

In merito al mio scritto "Proposte per una nuova sanità" e alle polemiche che sembra stia suscitando ritengo vadano puntualizzate alcune cose. Si tratta di proposte che partono da un'analisi dura (e soggettiva) dell'esistente e delle carenze di oggi per ipotizzare un assetto sanitario diverso.
In realtà con tinte forti ma non offensive ho identificato alcuni problemi che rendono difficile sia l'integrazione del medico di medicina generale con le altre componenti sanitarie sia la profonda differenza di regole oggi esistente tra medicina convenzionata e dipendente. Il controllo della spesa (legge 405/2001) le liste d'attesa, i vincoli sui volumi di attività, l'attenzione alla qualità devono coinvolgere tutti i settori e non solo com'è oggi in modo prevalente la medicina ospedaliera.
I medici dipendenti non vogliono togliere denaro ai colleghi convenzionati ma, nel momento in cui si mettono in discussione migliaia di posti di lavoro e in cui crolla il finanziamento dell'ospedale, hanno tutto il diritto dovere di chiedere nuove regole e nuovi tavoli contrattuali che tengano conto del divenire sanitario. Dove andrà a lavorare lo specialista ospedaliero?
Adi, distretti, poliambulatori lo vedranno a stretto contatto con il medico di medicina generale: con quali regole, compensi, produttività?
L'Asl per contro avrà un bilancio articolato per settori. Si chiarirà così l'origine della spesa, settore per settore, specialità per specialità. E il medico di medicina generale non potrà chiamarsi fuori. La riforma-ter, ieri intoccabile, verrà stravolta; noi medici dipendenti, costretti a passare da un contratto a tempo indeterminato a uno a tempo determinato, siamo precari, instabili, sottoposti a budget e verifiche di ogni natura e siamo la roccaforte del Ssn.
In altre parole ogni categoria ha le sue pecore nere che sfuggono ai doveri e cercano scuse; nella dipendenza oggi queste pecore nere sono a rischio perchè indifendibili. E nella medicina convenzionata?

Tavoli contestuali

La nostra richiesta è che si introducano regole simili per tutto il settore sanilario, e tavoli regionali per tutti i laureati, sanitari e non. Tavoli contemporanei anziché comuni.
L'articolo su Corriere Medico del 4 aprile scorso risente di alcune forzature giornalistiche. Non ho mai accusato i medici di famiglia né mai li ho messi all'indice. Certo, sono le principali fonti di spesa perchè attivano indagini, visite specialistiche, ricoveri, consumo di farmaci specie in assenza di ticket moderatori. Tutiavia sono costretti a indurre spesa perchè non possono lottare contro i mulini a vento. Che poi i generalisti siano una "lobby tesa a difendere i propri interessi e non quelli della sanità e del paziente" è una tesi dell'articolista. Per quanto mi concerne, ho ipotizzato nuove regole senza volontà di prevaricazione: idee da discutere, come quelle che riguardano la dipendenza. E le idee non sono proiettili ma un mezzo perchè la professione valuti i problemi oggi, prima che qualcuno legiferi. Il piano sanitario nazionale di Sirchia è molto più provocatorio delle idee di Biasioli in tema di orario e tipologia di lavoro e di nuove figure professionali. Quanto al controllo della spesa sanitaria, si tratta di un problema reale per tutti: per il gencralista, il cui ruolo di filtro è critico, e per lo specialista che deve fare le prestazioni richieste (urgenti o meno) per non incorrere in vicende personali amare, di carriera o giudiziarie. Ci vogliono regole nuove, chiare.

Guadagni a confronto

Né il medico di medicina generale né l'ospedaliero hanno oggi stipendi ricchi, anzi guadagnano meno dei loro colleghi europei. Ma il primo, per bravura contrattuale e per effetto del contratto integrativo regionale, è riuscito a conservare le voci accessorie che gli ospedalieri - in assenza di un contratto integrativo regionale - hanno perso progressivamente da almeno vent'anni. L'ospedaliero non cerca i soldi del medico generico ma chiede alla regione di allargare la borsa per molte attività, oggi gratuite, fatte in plus-orario e su base volontaristica. D'altronde la produttività dell'ospedaliero è facilmente quantificabile (budget, volumi di attività, sdo), quella del generalista è più aleatoria, non documentata così analiticamente. E' un'offesa chiedere che tutti si debba dimostrare ciò che si fa giorno per giorno? La convenzione porla con sé prerogative diverse dai quotidiani doveri ospedalieri?
Discutiamone.
Infine, prendo atto che la spesa va verso il territorio, nelle cui attività di filtro - preventivo e clinico - credo; vanno tuttavia riscritte le regole, altrimenti convenzione e dipendenza non si integreranno con danno al paziente e al sistema. E regole nuove, da diffondere con corsi formativi, ci vogliono nel colloquio specialista-generalista. Oggi è carente perchè affidato alla buona volontà e al caso. Ma questa carenza genera attrito, sprechi e lamentele da parte del paziente.
Parliamone.

* Presidente della Cimo-Asmd

L'ANALISI DI BIASIOLI SULLA MEDICINA GENERALE
    Medico di medicina generale
bulletIl principale responsabile di una spesa sanitaria incontrollata è costituito dal medico di medicina generale, un professionista convenzionato, la cui attività è priva di controlli e di riscontri oggettivi.
bulletIl medico di medicina generale viene pagato a forfait e non a prestazione (perchè dovrebbe lavorare?) non ha un reale orario settimanale, non ha una reale pronta disponibilità, non ha vincoli (prontuario terapeutico, tetto di spesa, filtro delle prestazioni specialistiche al ricovero), è retribuito meglio del medico ospedaliero perchè oltre al salario fisso (quota annuale/mutuato) riceve fino a 21 voci variabili accessorie (sulla base di accordi regionali).
bulletE' un medico che costa tanto ma non funziona da filtro. Il suo ricettario gli consente una spesa illimitata perchè attiva: indagini e visite specialistiche, farmaci, ricoveri ospedalieri.
bulletE' deresponsabilizzato perchè: privo di regole, non sottopostoa una filiera di comando, non coordinato con la disciplina dipendene. E' un primario di se stesso che si fa scudo del "suo studio e della sua convenzione.
    Rimedi
 
  1. Trasformarlo nel medico condotto (di quartiere) come 30 anni fa con obbligo di pronta disponibilità e con regole analoghe alla dipendenza;
  2. pagarlo a prestazione con minimo garantito;
  3. liberalizzare l'accesso alla medicina generale, chi vuole - entra nel mercato - ma con vincoli di spesa;
  4. obbligarlo a rispettare lo stesso pto (prontuario terapeutico) che vale per l'ospedale;
  5. controllarne la qualità.

    Difficoltà

Toccare la medicina generale è come modificare l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Ma anche il medico di medicina generale dev'essere vulnerabile e licenziabile come il medico dipendente. In caso contrario nulla cambierà.


 

LE PROPOSTE CIMO PER IL TERRITORIO
bulletDistretti - A loro vanno affidati l'Adi, il controllo del medico di medicina generale e dei letti post acuti nelle Rsa nonché l'integrazione ospedale-territorio.
bulletPoliambulatori - Va costruita una rete di poliambulatori extraospedalieri da affidare agli specialisti ospedalieri e ai medici del Sumai. Una rete di strutture ogni 20-25 km consentirebbe di allargare le maglie della rete ospedaliera.
bullet118 - Va potenziato e riorganizzato su base provinciale.
bulletAmbulatori di medicina - Vanno attivati nei distretti e vanno tenuti aperti (6 giorni su 7) per almeno 10 ore al giorno articolandoli su 2 o 3 turni.
bulletRSA - Nelle residenze sanitarie assistenziali va inserita un'assistenza medica a tempo pieno (38 ore settimanali) raccordata nell'attività distrettuale con funzione di filtro.
bulletAdi - Va incentivata con assegni familiari e raccordando l'assistenza sanitaria (Mmg - Specialista - Infermiere). Vanno previsti periodi di riposo per i familiari con ricoveri programmati nelle Residenze sanitarie assistenziali.
E LE INDICAZIONI DEL PIANO NAZIONALE

Psn (progetto 7, pagine 12-13)

bulletDisincentivare gli accessi impropri in ps da parte di cittadini che vi accedono di propria iniziativa saltando la tappa del medico di medicina generale o dei presidi territoriali;
bulletPagamento delle prestazioni richieste in ps ma non urgenti...
bulletMigliorare la risposta del territorio alle esigenze dell'acuzie sanitaria. Per raggiungere questo scopo si può prevedere la collocazione di un ambulatorio di continuità assistenziale nei pressi del pronto soccorso con organico dedicato (medici di continuità assistenziale, di emergenza territoriale ed altri opportunamente addestrati). L'ambulatorio viene alimentato dal triage del pronto soccorso, riguarda le prestazioni differibili e proprie del territorio, deve essere aperto negli orari di servizio di continuità assistenziale e nei Dea di 2° livello per 24 ore al giorno.
bulletE' opportuno promuovere, in questo contesto, l'apertura di studi medici di medicina generale sul territorio che assicurino la presenza del medico per 12 ore al giorno e per 7 giorni alla settimana da attuare anche attraverso gli studi medici associati.


 

Corriere Medico, pag. 3 - 11 aprile 2002

Si accende il dibattito dopo le proposte Cimo

Falconi: generalisti graditi ai pazienti per il loro impegno

E' POLEMICA dopo le dichiarazioni a Corriere Medico di Stefano Biasioli, leader del sindacato ospedalieri Cimo (12 mila iscritti) che ha proposto al governo, tra i suggerimenti per riordinare il Ssn e frenare la spesa, un generalista più subordinato all'Asl, legato a un orario rigido, revocabile tacitamente dall'assistito, pagato a prestazione dai cittadini (esclusi i malati gravi). Biasioli ha anche sottolineato che l'aumento della spesa in corsia e degli accessi al ps è figlio dello scollamento tra ospedale e territorio, che ricadrebbe in parte sui generalisti. E lamenta la mancanza di tavoli contestuali nelle trattative sindacali per convenzione e contratto. Sullo sfondo, la decisione delle regioni di investire di più sul territorio e di tagliare letti in ospedale. La replica, ora, va ai principali sindacati dei generalisti che contestano la lettura di Biasioli. Il segretario Snami Gianfranco Ferraro, storicamente più vicino alla Cimo (è anche un ospedaliero) lancia una proposta singolare: superare i contrasti tra categorie affidando alla Federazione degli ordini rinnovata il compito di presentare ai politici proposte di modifica strutturale della sanità. Di altro tenore la lettura del leader Fimmg Mario Falconi forte di 25 mila deleghe: gli Italiani amano il medico di famiglia com'è. Piuttosto, l'ospedale...

Roma - MAURO MISERENDINO

Parole, al vento? «Non lo diciamo noi ma gli italiani». Mario Falconi, leader della Fimmg, sindacato principale dei generalisti, non vede la sua categoria così tesa a difendere una convenzione che gli dà solo privilegi, come invece afferma il documento del sindacato ospedalieri Cimo: al contrario lo vede come il sanitario più amato dagli italiani «forse - dettaglia - proprio per il fatto di aver saputo esprimere una convenzione al passo con i tempi. Piuttosto ora bisogna insegnare al cittadino a voler bene all'ospedale». E qui Falconi non continua. Ma si intuisce che vorrebbe aggiungere che anche qualche collega ospedaliero dovrebbe imparare di più sul terrilorio.
Al leader Cimo replica in modo soft. E con due motivi di rammarico: primo, Biasioli in qualche modo "approfitta" del diritto all'ingerenza costruttiva tra ospedalieri e generalisti da sempre sostenuto da Falconi. Secondo, dopo l'uscita di Biasioli potrebbe sfumare un'alleanza importante tra sindacati medici, imperniata su Fimmg e ospedalieri (sia Anaao sia Cimo), in vista delle prossime elezioni ordinistiche.

«Il generalista - spiega - deve poter conoscere come funziona l'ospedale e dare suggerimenti al collega ospedaliero, se sente di averne titolo, nell'interesse del paziente. Malgrado il mio passato di dipendente, non mi sono mai permesso ingerenze di questo tipo verso i colleghi. In passato ho solo fatto notare che i letti per acuti andrebbero meglio commisurati alle esigenze della popolazione. Per di più, Biasioli di recente è venuto a trovarmi per concordare le politiche sanitarie in chiave ordinistica per le prossime elezioni di fine anno. In questo contesto le sue proposte non aiutano a costruire un clima sereno». Biasioli afferma che il clima tra ospedalieri e generalisti è guastato dal fatto che i primi guadagnano meno. E numeri alla mano, cita l'esempio delle convenzioni regionali che, con le voci aggiuntive, ricompensano i generalisti delle perdite dovute alla gestione dello studio. Agli ospedalieri restano le briciole dell'esclusività, talora ridotte da onerose polizze assicurative per coprire la responsabilità civile.

«Se confrontiamo le rispettive storie lavorative - contesta però Falconi - il medico di famiglia dovrebbe guadagnare ancora di più. Faccio l'esempio personale: quando sono entrato in ospedale ho preso il mio primo stipendio; quando ho aperto lo studio sono stato parecchi anni in perdita; massimalista lo sono diventato dopo dieci anni di duro lavoro e di situazione economica non eccellente».
A onor di verità Biasioli e la Cimo non chiedono che il medico di famiglia guadagni di meno, ma che sia più vincolato alle esigenze del servizio pubblico per quello che prende, magari da una maggior fetta di emolumenti pagata a prestazione. «Magari mi pagassero a prestazione. E' intuitivo - ribatte Falconi - che incasserei più di oggi, perchè il mio onorario sarebbe legato alla mia capacità di indurre bisogni e di soddisfarli».

«Se fosse il servizio pubblico a pagarmi così, salterebbe in aria. Se invece, come penso affermi Biasioli, si volesse caricare sulle spalle del cittadino una buona parte della spesa per il medico di famiglia, gli ricordo alcune cose: primo, che gli italiani vivono più a lungo e nell'ultimo decennio, ad esempio, si sono ridotte del 10 per cento le morti evitabili; secondo, che questo succede perchè la popolazione è seguita bene dai medici generali; terzo, è seguita meglio perchè l'esistenza di un SSN con i controlli gratuiti ha dato a molti, altrimenti imprendibili, la possibilità di avvicinarsi a diagnosi e terapie. Per il bene del sistema e del cittadino è meglio che il medico continui ad essere pagato a quota capitaria e che non ci siano filtri. L'apporto qualitativo però può essere pagato a parte. E quì entra in gioco, per le prestazioni aggiuntive, la quota variabile».
Tra gli ospedalieri Cimo e l'intercategoriale Cumi (che ha messo a confronto gli stipendi dei dipendenti con quelli dei convenzionati ricavando però risultati opposti a quelli di Biasioli) c'è però un punto in comune: si considera la convenzione di medicina generale imperniata su contenuti "vecchi" a difesa dei privilegi di un medico di famiglia superato.

Falconi al contrario considera l'accordo nazionale uno degli esempi di come possa essere adeguata al federalismo una figura "universale" com'è quella del medico di medicina generale. Anzi, il segretario nazionale della Fimmg spiega che recenti eventi gli hanno dato ragione. «Alla fin fine - aggiunge Falconi - io tengo conto soprattuto delle critiche che ci arrivano dai cittadini, e come hanno dimostrato i recenti sondaggi la figura del medico di famiglia esce benissimo dall'attuale congiuntura. Bene farebbe pertanto Biasioli a chiedersi perchè il cittadino parla così bene di noi e, sebbene spesso anche a sproposito, parla male dei medici ospedalieri». «Io - conclude Falconi - una risposta ce l'ho: perchè l'ospedale è sempre più distante e le prestazioni vi si pagano sempre piu frequentemente. Vorrebbe forse il leader della Cimo che si pagasse anche il medico di famiglia?».