Adi, ancora lontana l’integrazione di servizi sociali e sanitari


Una ricerca condotta da Fimmg, Cergas Bocconi e Kpmg Heathcare traccia un profilo delle attuali esperienze di assistenza domiciliare integrata: presentata ieri a Milano, mostra che l’integrazione del lavoro degli operatori sociali e di quelli sanitari sul territorio italiano è ancora un obiettivo lontano.

Milano, 18/06/02 – Stenta ad affermarsi nel nostro paese un’integrazione reale dell’assistenza sociale e di quella sanitaria verso i soggetti più fragili, anziani e pazienti cronici i n primo luogo.
È il quadro che emerge da una ricerca condotta dal Cergas dell’Università Bocconi di Milano, Fimmg e Kpmg Healthcare. I risultati sono stati presentati ieri nel corso di un incontro organizzato a Milano dalla Fondazioni Aventis, che ha contribuito alla realizzazione dell’indagine.
Sono state analizzate le esperienze di gestione dei servizi di assistenza domiciliare integrata in 7 Aziende Usl in Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Puglia, Toscana e Veneto
«In nessuna delle aree analizzate si può parlare di servizi domiciliari veramente integrati» – ha affermato Elio Borgonovi (Direttore Cergas, Università Bocconi).
«La maggior parte dei servizi analizzati presenta servizi domiciliari di natura quasi esclusivamente sanitaria, ossia privi di una significativa componente sociale. Nel caso in cui sia disponibile viene utilizzata quale estensione del servizio sanitario e non tanto come espressione dell’intervento domiciliare degli enti locali stessi» .
Secondo Borgonovi in questo campione è stata osservata una scarsa capacità di organizzare e programmare interventi a lungo termine.
Rimane debole soprattutto la fase di valutazione e di monitoraggio di quanto è messo in pratica, probabilmente a causa della debolezza delle tecnologie e dei sistemi informativi. Una carenza, ha sottolineato, che rende difficile il compito di valutare la sostenibilità e l’efficacia dei modelli, e dunque il compito di migliorarli.
Anche Alberto Aronica, medico di famiglia a Milano che ha partecipato per la Fimmg alla ricerca, sottolinea gli stessi problemi. «Durante questa analisi – ha affermato – abbiamo notato che l’Adi era mal organizzata e gestita in modo non idoneo. È emerso comunque chiaramente che il perno per l’organizzazione dell’Adi è il medico di famiglia».
Un compito che secondo il segretario della Fimmg Mario Falconi dovrebbe essere incoraggiato in modo convinto dalle istituzioni.
«Le istituzioni dovrebbero agire con l’obiettivo – afferma in una nota – di creare le condizioni affinché il medico diventi colui che, con la giusta autonomia, possa realmente attivare nell’ambito territoriale i processi necessari che integrino i servizi sanitari con quelli sociali, in un discorso di continuità assistenziale che in Italia di fatto non esiste ancora»..


Fonte: Il Medico di famiglia

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