Fonte:        24Ore Business                                   

 Farmaci: oggi il decreto. E le multinazionali hanno le valige pronte

Addio Italia crudele. Se ne andranno in Paesi con regole stabili e sicure, dove gli investimenti sono «giustamente remunerati» e le imprese non sono trattate come «bancomat».

Non si sono mai molto amati, i giganti multinazionali Usa ed europei del farmaco. Ma ora fanno quadrato: attaccando duramente il «quarto colpo in dieci mesi» che il Governo sta per assestare col decreto in arrivo oggi in Consiglio dei ministri.

Che provocherà «danni dirompenti» alle aziende, gettando un'ombra cupa sul sistema-Paese e sulla sua capacità di attrarre gli investimenti. E rischierà di ridurre l'assistenza farmaceutica ai più bisognosi, che dovranno pagarsi i farmaci innovativi. Rappresentano il 70% del mercato italiano dei farmaci, i colossi Ue e Usa.

Un mercato che è il quinto al mondo. Dunque, molto ambito. Anche se dopo tre decreti fatti e un quarto in arrivo e quel federalismo che ha aperto 21 tavoli di assistenza, le carte in tavola cambiano di continuo. Chiari di luna che le major del farmaco non digeriscono affatto.

E allora rilanciano: le dismissioni dall'Italia saranno inevitabili. Sono entrambi italiani i rappresentanti delle associazioni delle multinazionali Usa ed europee dei farmaci in Italia: Francesco Granata, per le Usa, è presidente e amministratore delegato di Pharmacia; Giacomo di Nepi, per le big europee, è amministratore di Novartis Italia. Italiani, ma lo dicono quasi con stizza: «Tifo Italia e per questo ho spinto l'azienda a investire qui. Ma a queste condizioni, l'orgoglio di investire da noi va a farsi benedire», premette Di Nepi. «Parlo da italiano e, da italiano, mi batto da sempre per una forte presenza della nostra azienda in Italia. Ma se il contesto di mercato non ce lo consente, è chiaro che la casa madre ci ripenserà», aggiunge Granata.

L'ennesima minaccia davanti a tagli fatti o in arrivo? Giurano di no, i big della pillola. Con una premessa comune. Perché tagliare ripetutamente, e colpire solo il farmaco? E perché fare un altro decreto quando la spesa cala e si respira anzi una gelata del mercato? «La verità è che siamo davanti a uno stillicidio - dice Granata -. Il Governo, anziché essere contento del raffreddamento della spesa, fa altri tagli. E così danneggia anche la ricerca. Altro che speranze di far rientrare i cervelli italiani dall'estero: la fuga aumenterà». Di Nepi usa l'ironia: «Francamente non capisco la necessità di un quarto decreto. O forse lo capisco: siamo diventati un bancomat cui attingere quando servono quattrini. Peccato che almeno i bancomat abbiano un limite di spesa». Nessun piagnisteo, sostengono i big del farmaco.

E partono all'attacco: del modello farmaceutico in divenire e del sistema-Paese. Ancora Di Nepi: «La ristrutturazione del Prontuario per costo/beneficio è legato alle "compatibilità finanziarie". Ma che ne è delle "compatibilità" di salute? La verità è che avremo un Prontuario bulgaro. Con farmaci innovativi disponibili solo per chi se li potrà pagare. Per non dire della trasparenza di un nuovo metodo che nessuno conosce». Non è certo da meno Granata: «Il decreto è potenzialmente dirompente e rischia di creare una fuoriuscita dal rimborso di un numero importante di prodotti. Creando forme di accesso al farmaco disomogenee e cambi di terapia non motivati da necessità terapeutiche. Come si fa, poi, a parlare di "equivalenza terapeutica"? Guardi le statine: se fossero tutte uguali, perché allora è stata tolta dal commercio la cerivastatina?».

L'affondo è pesante. Anche perché le multinazionali promettono: se il Governo pensa che si abbasserano i prezzi dei farmaci innovativi, si sbaglia di grosso. «Siamo in Europa, non potremo permettercelo. Pensi all'import parallelo», mette in guardia Granata. E Di Nepi: «Le aspettative di riduzione dei prezzi sono assolutamente infondate. La verità è che con questo sistema andiamo fuori dall'Europa, con gravi discrezionalità nella scelta dei criteri di ammissione alla rimborsabilità».

Insomma, sarà l'addio all'Italia? Granata, per le major Usa, alza il tiro: «Per le imprese sarà inevitabile un completo riorientamento degli investimenti in ricerca e in attività produttive verso Paesi con regole più stabili e sicure. Sarebbe un passo obbligato, che non vorremmo fare. Solo che nessuno lo capisce. O ha deciso di non ascoltarci». Ipotesi di abbandono che covano anche le europee, assicura Di Nepi: «Il rischio di disinvestimenti è fortissimo. Pensi che abbiamo deciso di produrre a Torre Annunziata, per tutto il mondo tranne che per gli Usa, un nuovo farmaco. Chi ci assicura più il ritorno di questi investimenti? Le aziende saranno costrette a ridurre i progetti in Italia. Perché gli investimenti vanno solo dove sono davvero remunerati». Altro che sistema-Italia, altro che "liberismo" è insomma il grido di dolore: cara Italia, faremo a meno di te.



 

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