31/05/2002 13.34
Aids: al via in 30 città italiane corsi di formazione per medici di famiglia



I medici di base si uniscono per combattere l'Aids. Con un obiettivo preciso: far emergere il sommerso, una delle grandi emergenze sanitarie del nostro tempo. Solo in Italia, infatti, lo scorso anno oltre il 60% dei 3.500 nuovi casi registrati dall'Istituto superiore di Sanità è stato diagnosticato quando ormai era in Aids conclamato. E dei 110mila sieropositivi stimati, il 50% ignora di essere infetto.

I camici "generalisti", gli infettivologi e i pazienti hanno quindi deciso di stipulare un'alleanza. In queste settimane, in trenta città italiane, si tengono altrettanti corsi di formazione, che coinvolgono gli infettivologi locali, i rappresentanti delle associazioni dei pazienti e oltre mille medici del territorio, "gli unici - sostiene Giampiero Carosi, membro della Commissione nazionale Aids - che per la familiarità e la conoscenza con i propri assistiti, sono in grado di percepire le situazioni di rischio e convincere il paziente a sottoporsi al test dell'Hiv, spiegandogli l'assoluta necessità di affrontare l'infezione ai primissimi stadi per evitare poi che la malattia venga affrontata quando ormai il virus ha prodotto i suoi danni". L'iniziativa è promossa della Società italiana di medicina generale (Simg), dal Gruppo italiano terapie Anti Hiv (GITA) e dai maggiori infettivologi italiani.

"Il ruolo dei medici di famiglia - sostiene Antonio Guidi, sottosegretario alla Salute - è fondamentale: per questo devono essere continuamente informati e aggiornati. E' inaccettabile che la gente comune ritenga la malattia non più pericolosa. E' vero che negli ultimi anni non abbiamo avuto un aumento della sieropositività, ma è altrettanto vero che non registriamo una sua diminuzione. Se le persone fossero consapevoli di quanto sia alto il pericolo, sicuramente si potrebbe evitare la maggior parte dei contagi. Oggi, inoltre - aggiunge il Sottosegretario - non si può più parlare di fasce a rischio: a rischio è la straordinaria normalità".

Quella normalità che ogni giorno affolla gli ambulatori dei medici di medicina generale. "Nell'unica indagine conoscitiva sull'Aids svolta tra i medici di famiglia in Italia - spiega Ovidio Brignoli, vice presidente della Simg - è emerso che il 39% degli intervistati non aveva ricevuto una formazione specifica sul problema e il 57% non era mai intervenuto a corsi di aggiornamento sull'argomento. Il 71% dei colleghi - prosegue Brignoli - ritiene inoltre che il medico di famiglia debba svolgere un ruolo attivo nell'assistenza a questi pazienti. Negli ultimi 12 mesi, infine, i medici di base, che assistono in media 1,2 pazienti sieropositivi, hanno richiesto circa 20 test per l'Hiv, tutti positivi. Ma la sensibilizzazione portata avanti finora - aggiunge Brignoli - non ha raggiunto nemmeno il 10% della popolazione medica. Il che significa che possiamo ritenere formati più o meno 5mila dei 47mila medici del territorio. Troppo pochi, soprattutto se si considera che parliamo di una malattia il cui sommerso sta aumentando esponenzialmente, che evolve e si modifica velocemente, per cui il bagaglio di conoscenze va continuamente mantenuto e aggiornato, in funzione anche di un intervento preventivo".

"Una buona prevenzione - sottolinea Carosi - non si ottiene infatti solo attraverso la cartellonistica stradale o gli spot in televisione o sui giornali: queste iniziative servono a mantenere viva la percezione del problema, ma ci vuol altro per spiegare ai cittadini quali sono i comportamenti corretti per evitare il contagio. Qui serve un contatto diretto, personale, che può essere garantito dall'insegnante nella scuola, dai familiari a casa, e dal medico di medicina generale. Solo quest'ultimo ha la possibilità di avere il polso dei suoi assistiti, di capire dove ci sono situazioni a rischio e intervenire di conseguenza".

Proprio il counselling - come sottolinea Rosaria Iardino, rappresentante delle persone sieropositive nella Commissione nazionale Aids - è forse il momento più delicato per il medico di famiglia e lo snodo che può portare all'emersione del sommerso. Delicato perché dovrà essere in grado di affrontare con le parole giuste per ognuno dei suoi assistiti temi che coinvolgono le sfere sessuali e affettive più profonde, e di gestire eventuali confidenze anche imbarazzanti. Imbarazzanti soprattutto - aggiunge Iardino - se dovessero arrivare da persone che fino a quel momento erano considerate al di sopra di ogni sospetto. Certo - conclude la rappresentante della persone sieropositive - è fondamentale che esista già un rapporto di fiducia tra il medico e il paziente a cui viene proposto il test dell'Hiv: il paziente deve sapere che in caso di risultato positivo può contare sulla discrezione del medico e che il medico può eventualmente aiutarlo a parlarne con il partner".



Fonte: Sole24 ore Sanita