Pubblicità diretta e farmaci etici: l’Europa non prenda esempio dagli Usa


È il direttore editoriale della rivista Lancet a rilanciare il dibattito sulla pubblicità libera per i farmaci etici. In un’analisi meticolosa, elenca i molti punti di debolezza della regolamentazione che da cinque anni negli Usa consente di pubblicizzare ai consumatori i farmaci con prescrizione. E invita l’Europa a non seguirne il modello.

20/05/02 – Mentre l’Europa medita sulla possibilità di consentire per alcuni farmaci etici la pubblicità diretta al consumatore, gli esempi che giungono dagli unici due paesi dove questo è già permesso (Usa e Nuova Zelanda) non lasciano prevedere nulla di buono.
Con queste valutazioni, un editoriale su Lancet rilancia il dibattito su un tema che anche in Italia riacquista attualità dopo i provvedimenti per favorire il consumo dei generici e una globale strategia di appropriatezza prescrittiva.
A cinque anni dal via libera della Fda per la pubblicità diretta dei medicinali con prescrizione, il bilancio lascerebbe seri motivi di preoccupazione. In generale le aziende investono per pubblicizzare solo i farmaci più nuovi e dunque costosi, con ovvie ripercussioni negative sui generici e sulle specialità più datate, anche se ugualmente efficaci. È facile prevedere, puntualizza l’autore, quali conseguenze questo avrebbe in Europa, dove l’onere degli etici pesa principalmente sulle casse pubbliche.
Le ipotesi in discussione alla Commissione Europea prevedono un periodo di sperimentazione di cinque anni, seguito da una valutazione, limitata a tre grandi aree terapeutiche: Aids-Hiv, diabete e asma.
Risulta quantomeno problematico conciliare questa ipotesi con gli sforzi che molti governi europei (quello italiano e quello inglese in primo luogo) stanno compiendo per rilanciare l’appropriatezza prescrittiva e l’impiego dei generici.
Al problema del governo della spesa si affianca quello della correttezza del messaggio. È un tema al quale le istituzioni europee dovrebbero mostrarsi particolarmente sensibili, dal momento che alla base delle ipotesi di sperimentare la pubblicità diretta ci sarebbero proprio le richieste di gruppi di pazienti. In realtà anche su questo punto l’osservatore di Lancet esprime qualche perplessità, notando che la Commissione non ha mai indicato con precisione tali gruppi.
Non ci sarebbero dubbi invece sulla difficoltà di controllare la qualità dei messaggi pubblicitari: negli Stati Uniti la Fda si è già trovata di fronte a un centinaio di contenziosi, per evidenti distorsioni nei contenuti che enfatizzavano i benefici e minimizzavano gli effetti collaterali del farmaco. In nuova Zelanda, dove il controllo è affidato semplicemente a un codice di autoregolamentazione delle aziende farmaceutiche, sono stati gli stessi editori di televisioni e stampa cartacea a chiedere un intervento delle autorità sanitarie.
In aggiunta non c’è modo di sapere, ad oggi, se questa strategia abbia dei benefici sulla salute pubblica, oltre che su quella dei bilanci delle aziende.
É un quadro, conclude l’autore, in cui gli svantaggi sono certi, misurabili e pesanti, mentre i vantaggi si riducono per ora a eteree speculazioni che rimangono sulla carta.