Compensi per le domiciliari: discordia tra Snami e una Asl milanese


Si torna a parlare di compensi per le visite domiciliari se il malato non è intrasportabile, ma questa volta la questione è come informare gli assistiti. In Lombardia contrasti tra una Asl del milanese e il sindacato Snami per un contestato volantino, tuttora affisso in molti studi medici.

Milano, 23/05/02 – Non si sono ancora esaurite le conseguenze della sentenza n° 41646 della Corte di Cassazione del 21 novembre 2001, che riconobbe come legittima la richiesta del medico di famiglia di essere retribuito in regime libero professionale per la visita domiciliare se l’ammalato non è intrasportabile.
Uno strascico della vicenda sta interessando i medici di famiglia della Asl provincia di Milano 1. Ne sono oggetto i volantini affissi a partire da marzo-aprile in alcuni studi medici , che informano i pazienti circa gli effetti della sentenza.
«La visita domiciliare – recita l’avviso agli assistiti – deve essere direttamente retribuita al medico quando l’ammalato non è trasferibile nello studio». Il testo era stato inviato a tutti i medici di famiglia lombardi dalla sezione regionale dello Snami attraverso il bollettino informativo del sindacato, ma non recava in calce alcuna sigla.
Né il tono né la formulazione del messaggio erano stati giudicati accettabili dalla direzione dell’Azienda Sanitaria provincia di Milano1, che in seguito inviò una comunicazione in cui si diffidavano i medici di famiglia operanti sul territorio aziendale dall’esporre l’avviso. Inoltre la formulazione anonima del documento, senza intestazioni o sigle in calce, era stata interpretata come rifiuto ad assumersi la responsabilità dell’iniziativa.
Alla missiva aveva risposto Mauro Martini, presidente regionale Snami.
«Abbiamo precisato che ci sembrava del tutto inopportuna quella “diffida” – spiega riassumendo la vicenda – dal momento che il medico non deve chiedere permessi a nessuno per affiggere un documento nel proprio studio».
Martini precisa anche le motivazioni della formulazione anonima del documento: «Abbiamo inviato il bollettino con il volantino in questione a tutti i medici lombardi, e li abbiamo invitati, se lo volevano, ad esporre l’avviso. Riteniamo che non sia un argomento solo sindacale, ma che riguardi tutti i medici, e per questo abbiamo deciso di non indicare alcuna sigla».
Gli ultimi sviluppi sono di qualche giorno fa. A quanto sembra la contesa si è almeno in parte ricomposta: il direttore del dipartimento dei servizi sanitari di base del’azienda, Giovanni Beghi, ha inviato allo Snami Lombardia una lettera in cui si riconosce l’eccesso che aveva portato a parlare di «diffida» nei confronti dei medici.
Ma l’Azienda sanitaria continua a ritenere che l’avviso così formulato dia agli assistiti un’informazione scorretta, e ricorda come in un incontro alla fine di marzo Asl e medici erano giunti ad accordi diversi. «In merito alla sentenza sulle visite domiciliari a pagamento ritengo che l’unica corretta informazione da fornire ai pazienti avrebbe dovuto essere il testo della Cun o un messaggio più chiaro concordato con l’Azienda Sanitaria Locale, come stabilito congiuntamente nel tavolo del Comitato aziendale dei Mmg del 27/03/02», si legge nella lettera.
«Questo è un accordo locale di pertinenza aziendale, – replica Martini – la nostra invece era un’iniziativa a livello regionale».
Un’ultima considerazione divide le due parti: se il Mmg è solito raccogliere le richieste per le domiciliari con la segreteria telefonica, sostiene la Asl, non si capisce come possa giudicare se l’ammalato è trasportabile o no. «In tali situazioni – conclude Beghi nella recente lettera – non è certo pensabile che l’insindacabile giudizio del medico venga espresso successivamente al domicilio del paziente».
«Questo aspetto non è affrontato nella convenzione, e quella di Beghi resta una posizione personale» è il commento del Presidente lombardo dello Snami. «Potrei anche essere d’accordo, ma in ogni caso – conclude – si tratta di una questione distinta dalla possibilità di richiedere il compenso, che è ciò che la sentenza della Cassazione ha ribadito».




Fonte: Il medico di Famiglia