Specializzandi sul piede di guerra tra mille ricorsi

Sono medici «in formazione specialistica»: dottori e insieme studenti. Lavorano in corsia, ma senza un contratto e pagando spesso di tasca propria un'assicurazione per coprirsi dai rischi professionali. Gli oltre 30mila "specializzandi" restano un ibrido, benché tre anni fa il Parlamento abbia approvato il Dlgs 368/99, che prevede la stipula di «contratti di formazione-lavoro» e l'adeguamento del profilo alle regole Ue. Il provvedimento è rimasto sulla carta. Il regime delle borse di studio è stato prorogato. E loro, gli specializzandi, si mobilitano in tutta Italia.

Borsa "contro" contratto. Dal 1991 a ogni specializzando è stata riconosciuta una borsa di studio di circa 11.600 euro l'anno. L'importo non è imponibile, ma il camice deve pagare la tassa universitaria e versare la quota annuale dell'Ordine dei medici.

Il «368» prevede invece la stipula di un contratto annuale di formazione-lavoro con l'Università e con la Regione (lo schema tipo deve essere varato con Dpcm dal Governo), finalizzato all'acquisizione delle capacità professionali e rinnovabile ogni anno. Un contratto atipico, grazie al quale, però, al medico sarebbero garantiti
un trattamento economico ipotizzato dello stesso importo delle borse e, soprattutto, la copertura previdenziale e assicurativa: la prima, pari al 75% di quella ordinaria per il settore sanitario; la seconda, a carico dell'azienda sanitaria dove si svolge l'attività formativa.

Costi al raddoppio. Il Dm firmato a marzo dal ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, che ha assegnato 5.500 borse statali agli specializzandi per il 2001/2002, recita: «Si rende necessario confermare la disciplina delle borse di studio di cui al Dlgs 257 del 1991, non essendo ancora stata approvata con provvedimento legislativo la copertura finanziaria dei contratti di formazione lavoro».

Sulla questione è al lavoro un gruppo di tecnici di quattro ministeri - Istruzione, Salute, Lavoro ed Economia - che ha anche avviato le attività preliminari per la definizione dello schema tipo di contratto. «Secondo le verifiche effettuate ? spiega il sottosegretario alla Salute, Cesare Cursi (An) ? la spesa aggiuntiva a carico del bilancio dello Stato ammonterebbe a 136 milioni di euro per il 2002, 144 nel 2003, 151 nel 2004 e 158 nel 2005. Le cifre tengono conto degli specializzandi di tutta l'area sanitaria. Però parlano da sole».

L'applicazione dei contratti, in altre parole, farebbe più che raddoppiare gli oneri finanziari. «Dobbiamo studiare ? aggiunge Cursi ? come ripartirli tra Stato, Regioni e aziende sanitarie e sondare le disponibilità in bilancio». Pronta la replica di Marilena Celano, presidente dell'Associazione medici specialisti della Comunità europea (Amsce): «I fondi per gli specializzandi sono stati stanziati in due Finanziarie, ma sono stati "dirottati" altrove».

Intanto, fioccano i ricorsi alla magistratura: sia degli specializzandi prima del 1991, che rivendicano il diritto alla borsa di studio; sia di quelli iscritti a una scuola a partire dal 1993, che chiedono il risarcimento dei danni per il ritardo nell'emanazione (prima) e la mancata applicazione (poi) del Dlgs 368. In entrambi i casi, la motivazione è la lentezza italiana nell'adeguamento alle direttive Ue in materia.

Quale formazione? I contratti non sono l'unica parte del decreto non attuata. «Non ci consentono di imparare la professione - denuncia Mattia Altini, membro dell'Amsce ?. Gli obiettivi formativi non vengono fissati. La didattica è spesso l'esito di un confuso assemblaggio di lezioni formali. Non ci sono verifiche sistematiche. La programmazione dei posti non risponde alle esigenze del Ssn. E i tutor sono spesso "virtuali"».

Proteste e «fai da te». L'Amsce ha indetto per metà giugno un'assemblea in tutte le città universitarie. Il Comitato nazionale degli specializzandi (attivo soprattutto in Sicilia e Campania) ha gridato allo sciopero generale di categoria, proponendo la data del 13 giugno. I nodi riguardano anche il futuro professionale. «L'articolo 2 della legge 401/2000 ? denuncia Marilena Celano ? prevede che Asl e Ao riservino fino al 50% dei posti a concorso in tutte le strutture al medico sprovvisto di specializzazione che però abbia prestato servizio per un periodo complessivo non inferiore a 16 mesi e a titolo di incarico provvisorio per la disciplina richiesta. È uno scandalo».

Se lo Stato latita, la speranza degli specializzandi è riposta nelle Regioni. Qualcuna, come l'Emilia Romagna, si sta impegnando per applicare in autonomia il Dlgs 368/99.
(27 maggio 2002)

Manuela Perrone (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)

Professioni sanitarie: in 150mila a caccia di albo

In 150mila si preparano all'attacco. Sono gli operatori di 17 professioni sanitarie che, dopo aver ottenuto negli ultimi due anni la laurea, la possibilità di accedere alla dirigenza delle strutture tecniche di Asl e ospedali e una maxi-promozione che li ha collocati tutti ? economicamente e giuridicamente ? al più elevato livello contrattuale del comparto Sanità, stanno scaldando i motori per salire un altro "gradino" della scala di qualificazione professionale: la conquista di Ordini e Albi. Che attualmente esistono solo per cinque professioni: assistente sanitario, infermiere e infermiere pediatrico, ostetrica e tecnico di radiologia.

Lo scenario ideale secondo le professioni, è quello che prevede quattro Ordini, uno per ogni classe di laurea sanitaria (infemieristica, tecnica, della riabilitazione, della prevenzione) e, all'interno di questi, un albo per ciascuna delle 22 professioni riconosciute. E per raggiungere il traguardo, che giudicano «essenziale» a completare il quadro avviato dalla legge 42/1999 e dalla 251/2000 che hanno abolito i mansionari, cancellato il termine di "paramedico" e istituito lauree e dirigenza, i "senza Albo" sono pronti a tutto.

«La nuova normativa concorsuale, a esempio ? spiega Angelo Mastrillo, segretario della conferenza dei corsi di laurea delle professioni sanitarie e responsabile dei tecnici di neurofisiopatologia ? prevede l'iscrizione all'Albo professionale per l'esercizio della professione. Stessa indicazione in ambito universitario: gli ordinamenti delle lauree prescrivono che nelle commissioni dell'esame di Stato debbano esserci almeno due membri designati dal Collegio professionale (l'attuale Albo delle professioni che ce l'hanno), o dalle associazioni professionali individuate in base a una rappresentatività nazionale che, senza Albi, è solo teorica».

E le professioni non si fermano neppure di fronte all'altolà al proliferare di Ordini e albi che l'Antitrust, anche in base alle regole europee, ha ribadito di recente al Parlamento della XIV legislatura: «Le perplessità dell'Antitrust ? sostiene Mastrillo ? non sono mai state riferite alle professioni dei settori di Sanità e Difesa, essendo due aspetti legati direttamente alla tutela della sicurezza del cittadino. E poi, anche la normativa emanata negli ultimi due anni sulla formazione del personale e l'inquadramento contrattuale fa esplicito richiamo all'Albo delle professioni sanitarie».

La prima azione delle associazioni dei 150mila operatori è quella di "spingere" la discussione e l'approvazione di almeno una delle due proposte di legge per l'istituzione di Ordini e Albi presentate ad aprile alla Camera da parlamentari di maggioranza e di opposizione (la 2613 a firma Augusto Battaglia, capogruppo dei Ds in commissione Affari sociali e la 2617 di Francesco Paolo Lucchese del Ccd-Cdu, vicepresidente della stessa commissione Affari sociali).

Proposte diverse solo per la previsione di normare solo le categorie senza Albo o, viceversa, di rivedere in toto l'organizzazione ordinistica del settore e per l'obbligatorietà o meno di iscrizione all'Albo che, secondo alcuni, non serve ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Le professioni non "fanno il tifo" per nessuna delle due: l'importante è che si faccia presto, sottolineano, per poter rispettare gli obblighi di legge legati all'iscrizione agli Albi.

Ma la battaglia annunciata non finisce qui. «Dopo gli Albi sarà la volta dell'organizzazione dei servizi sul territorio di cui le professioni devono essere responsabili ? spiega Francesco Saverio Proia che nella XIII legislatura è stato, in qualità di esperto del ministero della Sanità, uno dei principali artefici delle leggi 42/1999 e 251/2000 ?. Poi i 500mila operatori dovranno vedersela con la libera professione, che, in analogia con il resto della dirigenza del Ssn, dovrebbe essere riconosciuta anche a tutte le professioni sanitarie».
(27 maggio 2002)
Fonte:
Paolo Del Bufalo (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)