Insufficienza cardiaca e cure primarie: medici europei preparati


Conoscono le linee guida sull'insufficienza cardiaca, ma non le applicano in modo ottimale nel prescrivere i farmaci: è il bilancio di un'indagine condotta dalla European society of cardiology sui medici delle cure primarie di quindici paesi europei. Una delle soluzioni, commentano, potrebbe esser migliorare gli aspetti organizzativi dell'assistenza.

Lunedì 25 novembre 2002 – Secondo la società europea di cardiologia i pazienti con insufficienza cardiaca potrebbero ricevere un'assistenza terapeutica più efficiente da parte dei medici delle cure primarie: l'indagine di un gruppo internazionale coordinato dalla European society of cardiology, appena pubblicata da Lancet, mostra che i medici di tutta Europa hanno una buona conoscenza delle linee guida sull'argomento, ma non sempre nella pratica prescrivono terapie ottimali. In aggiunta è ancora visibile una certa differenza dei comportamenti prescrittivi nei diversi paesi.
Il quadro emerge dai dati su 11 mila pazienti forniti da più di 1300 medici di dodici paesi, che hanno compilato questionari anche sui propri comportamenti prescrittivi. Per l'Italia ha collaborato il dipartimento di cardiologia degli Ospedali Riuniti di Bergamo.
Sembra che i medici siano piuttosto restii a prescrivere terapie combinate. Gli ace-inibitori sono utilizzati molto più frequentemente dei betabloccanti (il 60 per cento dei pazienti assume un ace-inibitore, solo il 34 un betabloccante), la combinazione dei due è invece prescritta solo nel 20 per cento dei casi.
Anche i dosaggi, secondo gli autori, riflettono un atteggiamento di eccessiva prudenza, e sono spesso inferiori a quelli raccomandati dalle linee guida della European society of cardiology.
La qualità del monitoraggio che i pazienti ricevono è considerata ottimale, anche se questo a potrebbe essere una conseguenza di ospedalizzazioni ancora troppo frequenti.
Nulla da eccepire dunque sulla preparazione dei professionisti della medicina generale, ma piuttosto sull'applicazione delle conoscenze acquisite. Nel commento ai risultati gli autori osservano che il problema potrebbe risiedere nel modo in cui la gestione di questi pazienti nelle cure primarie è organizzata nei diversi paesi: un intervento in questo senso potrebbe quindi tradursi in minori tassi di ospedalizzazione.


 
 
Fonte il Medico di famiglia -Messo in rete il 25.11.2002 -Sezione Web Fimmg di Taranto-Torna a News