Fonte:                                                 24Ore Business

Medici, sulla reversibilità la parola al Senato

La responsabilità di avallare una tassa che colpisca la libera professione dei medici pubblici non se la vuole assumere nessuno. Ma ormai da tempo (destra e sinistra pari sono) è in corso la gara tra chi per primo riuscirà ad aprire le "manette" che obbligano i camici dipendenti a una mal sopportata fedeltà nei confronti del Ssn.

Così, dopo i fuochi d'artificio scatenati alla Camera, la grana della reversibilità del rapporto esclusivo dei medici pubblici con il Ssn - oggetto di precisi impegni assunti dalla maggioranza di Governo nel programma elettorale - è pronta a riesplodere, ravvivando il dibattito sulla manovra 2003 all'esame del Senato.

Riforma in panne. Le sabbie mobili dell'attesa riforma non hanno risparmiato nessuno: il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, sponsor ante-litteram dei correttivi, ha visto naufragare in Consiglio dei ministri - bersagliata Da Regioni e sindacati - la bozza amorevolmente messa a punto in quaranta successive versioni. L'iter di un provvedimento (Casellati, Fi) che semplicemente rende reversibile la scelta effettuata dal medico è fermo al Senato ormai da mesi. Di una analoga ventilata iniziativa pronta a partire alla Camera (sempre Fi) non si è saputo più nulla.

Così la palla è passata al Governo, che ha assistito impotente al naufragio del tentativo di risolvere la questione con un emendamento presentato a sorpresa in assemblea, a Montecitorio, durante l'esame della Finanziaria 2003. Tentativo fischiato dai più per la tassa («royalty», «tangente legalizzata», «pizzo»: le definizioni si sono sprecate) di 5mila euro che il medico votato alla libera professione extra Ssn avrebbe dovuto versare annualmente nelle case della Usl di appartenenza. «Trasformare il medico in liberto? Non se ne parla nemmeno», hanno gridato opposizioni e sindacati.

La tassa. La cancellazione della tassa - proposta dall'ex ministro Rosy Bindi, madrina dell'esclusiva in oggetto, e approvata dall'assemblea - ha dettato il naufragio-ritiro della modifica per mancanza di copertura. Difficile prevedere sorti migliori per l'emendamento che Sirchia si prepara a riproporre in Senato, limitando però l'imposizione della tassa «solo ai primari». Anche l'ipotesi abbozzata dal relatore della Finanziaria a Palazzo Madama, Lamberto Grillotti (An), di abbattere il versamento a mille-duemila euro potrebbe trovare pochi sponsor. Insomma, lo slogan del «più guadagni, più paghi» continua a non piacere a nessuno: neanche le Regioni sono disposte a passarci su e hanno invece chiesto al Governo di assumersi le spese aggiuntive che deriverebbero dalla riforma. Dopo il «niet» di Tremonti la palude è ancora più profonda. E i sindacati - che proprio in ottobre, su invito della commissione Affari sociali della Camera hanno scattato l'istantanea della libera professione svolta all'interno delle aziende del Ssn - parlano di sciopero.

I numeri. I dati presentati dai due maggiori sindacati degli ospedalieri, Anaao e Cimo, confermano trend già noti: anche se abbandonati al più assoluto fai da te delle normative e degli accordi locali, il 95% dei camici bianchi lavora solo per il Ssn.

Semmai è la geografia a fare la differenza nell'organizzazione della libera professione intramoenia: nelle Regioni del Centro-Nord, si fa soprattutto per le visite e la diagnostica strumentale, mentre è ancora all'osso per la degenza. E gli spazi necessari sono soprattutto gli studi dei medici e le strutture private con cui l'azienda si convenziona. In buona parte delle Regioni del Centro-Sud, invece, l'attività libero professionale è utilizzata per attività che dovrebbero essere invece garantite dal servizio pubblico. E una cosa è certa secondo l'Anaao: la libera professione, nella stragrande maggioranza dei casi, non serve a ridurre le liste d'attesa che, tranne in un paio di Regioni (Lombardia e Valle d'Aosta), non sono spesso neppure espressamente collegate a programmi aziendali.

E che studi e strutture private siano la vera risorsa per gli spazi dedicati all'intramoenia, lo evidenzia a chiare lettere l'indagine Cimo, secondo la quale l'85,9% delle Asl e il 74,7% di aziende ospedaliere, Irccs e così via non può contare su locali dedicati. Quasi nel 90% dei casi attività istituzionale e libera professione usano spazi comuni ed è l'intramoenia allargata soprattutto negli studi dei medici a farla da padrona: Asl e ospedali l'autorizzano nel 90% dei casi circa. Di ricoveri "intramoenia" in spazi aziendali, che spesso sono le normali corsie, se ne fanno pochi: solo il 30-35%, mentre spesso si invadono le corsie e il resto è affidato a strutture private convenzionate.

Una situazione a macchia di leopardo davanti alla quale i sindacati propongono soluzioni diversificate, ma con il minimo comune denominatore della reversibilità dell'opzione. Che l'Anaao lega al contratto individuale del medico, mentre la Cimo lascia a "porte aperte". Ora (forse) sarà il Senato a decidere.
(18 novembre 2002)


 

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