Fonte:        24Ore Business                                   

Cud, le contestazioni delle aziende della diagnostica

In principio fu la «Cuf», la Commissione unica del farmaco che nel 1994 varò il Prontuario dei farmaci divisi in classi di rimborsabilità con tanto di rigoroso tetto di spesa e controllo dei prezzi. All'alba del 2003 sarà la volta della «Cud», la Commissione unica sui dispositivi diagnostici che - come la Cuf» - dovrà scremare tra Tac e risonanze magnetiche, protesi, pannoloni, assorbenti, pace maker, reagenti per laboratorio.

Obiettivo: far risparmiare la finanza pubblica, e quella sanitaria in particolare. Nascosta - ma non troppo, soprattutto per gli addetti ai lavori - nelle pieghe della Finanziaria 2003, la «Cud» è una delle carte che il Governo vuole spendere per mettere la museruola ai conti del Ssn. Sebbene non venga scritto esplicitamente nella relazione tecnica che accompagna la manovra di bilancio 2003, e tanto meno nel sibillino articolo (il 31) che ne prevede l'istituzione, la Cud arriva sulla rampa di lancio con grandi aspettative («al momento non puntualmente quantificabili», ammette peraltro la relazione) da parte del Governo.

Ma con un entusiasmo assai diverso è vista dalle imprese di settore. Che contestano duramente «regole che si possono definire sovietiche», così come l'ingerenza statale nelle nuove attribuzioni che il federalismo assegna alle Regioni. «Altro che liberismo», attaccano Assobiomedica e Anie, le due associazioni delle imprese produttrici di apparecchi di diagnostica, biomedicali ed elettromedicali. Il vero volto della Cud.

Di cosa davvero dovrà occuparsi la Cud (si veda la scheda) non è del tutto chiaro nei documenti del Governo. Sinteticamente, si afferma infatti nella Finanziaria, la «Cud» dovrà «definire e aggiornare il repertorio dei dispositivi medici» nonché «classificare tutti i prodotti in classi e sottoclassi specifiche con l'indicazione del prezzo di riferimento». Formulazione sibillina, che però nasconde un progetto preciso: riportare tutto a "omogeneità" secondo il criterio "diagnostici uguali, prezzi uguali", e fissando, secondo il criterio costo/efficacia, classi di rimborsabilità o meno. Arrivando così anche, nelle previsioni, a definire l'appropriatezza (e dunque la rimborsabilità o meno) delle singole prestazioni da parte delle strutture sanitarie.

Imprese all'attacco. Insomma, sarà la rivoluzione per reagenti e relative analisi. Come per apparecchi di diagnostica sempre più hi-tech. Dunque costose e in continua e frenetica evoluzione. «Una classificazione dei dispositivi medici già esiste a livello mondiale ed è stata formalmente adottata dalla Ue: c'è veramente bisogno di una classificazione tutta italiana?», si domanda Guido Riva, presidente di Assobiomedica. Che mette in guardia: «Classificare in maniera burocratica i dispositivi medici, significa rendere disponibili al cittadino, con ritardi biblici, le innovazioni continue che caratterizzano questi prodotti».

Prodotti, per di più, che hanno una «vita di mercato brevissima» e che nulla hanno a che fare con i farmaci. «I dispositivi medici possono essere utilizzati solo dove le condizioni delle strutture e le capacità del personale addetto sono adeguate. Un farmaco, tranne qualche eccezione - aggiunge Riva - può essere somministrato in qualsiasi condizione, indipendentemente dall'organizzazione degli ospedali e dei servizi». Peculiarità, insomma, che investono non solo le caratteristiche degli apparecchi, ma anche la formazione degli addetti ai lavori e le esigenze delle singole strutture. «Siamo davanti a un'ipotesi di lavoro faraonico per arrivare a soluzioni di difficile attuazione.

È proprio il caso della montagna che partorisce il topolino - concorda in pieno Federico Golla, presidente dell'Anie -. Pensare di codificare circa 150mila "famiglie" di prodotti è una insensatezza». Anche perché è «impensabile definire con precisione prodotti di alta tecnologia che hanno una forte componente aggiuntiva di software», continua Golla. Che contesta l'ingerenza dello Stato in questioni che riguardano ormai direttamente le Regioni: «È una misura in controtendenza con la devolution», afferma. E Riva incalza: «Altro che regionalismo, aziendalizzazione e politica liberale: «Il Governo si sarebbe dovuto sentire in dovere di interpellarci prima di proporre, in un'economia globale di cui è fautore, regole che si possono definire sovietiche».
(21 ottobre 2002)

Roberto Turno (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)

Cos'è la Cud

Contenere la spesa nel settore dei dispositivi medici. È questo l'obiettivo della Commissione unica sui dispositivi medici (Cud), la cui istituzione è prevista dall'articolo 31 della Finanziaria 2003 varata dal Governo. La Cud, sulle orme della Commissione unica del farmaco (nata nel 1993 per svolgere analoga funzione in campo farmaceutico), dovrebbe operare presso il ministero della Salute.
L'esigenza avvertita dall'Esecutivo, si legge nel disegno di legge finanziaria, è quella di «sottoporre il settore dei dispositivi medici a uno strumento classificativo di analisi dei prezzi e di controllo dei consumi». Potenziando, oltre all'attuale funzione di registrazione tramite notifica, «quella di programmazione e conoscenza dell'intero settore». I risparmi attesi non sono stati quantificati.


 

 

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