Gli ospedali "a casa" dei pazienti


Per chi ha bisogno di cure di qualità l'ospedale è pronto a bussare a casa. Ad assistere i pazienti ci sarà non solo il medico di famiglia, ma una équipe di specialisti che volta per volta garantiranno un intervento su misura che non avrà nulla da invidiare alla corsia di un ospedale.

Il progetto, davvero ambizioso, è firmato dal ministero della Salute che ha affidato a una task force di esperti («Comitato di ospedalizzazione domiciliare») il compito di disegnare un modello da mettere presto alla prova. Il piano è, da pochi giorni, sul tavolo del ministro Girolamo Sirchia che, d'intesa con le Regioni, dovrebbe ora scegliere dove collaudarlo, per poi estenderlo a livello nazionale.

La parola chiave è, appunto, «ospedalizzazione domiciliare», definita nella premessa del documento dei tecnici del ministero come un tipo di assistenza «effettuata con intendimenti globali e tecnologie proprie di un ospedale». Un intervento, questo, che si dovrebbe affiancare ai tradizionali servizi di assistenza domiciliare, puntando a un salto di qualità.

L'obiettivo è chiaro: dare una risposta alla domanda di cure a casa esplose con il «peso crescente delle classi anziane», ma anche con la «progressiva riduzione della durata delle degenze ospedaliere». E senza scordare - aggiunge ancora il documento - «la necessità di razionalizzare e contenere la crescita della spesa sanitaria». A farsi curare tra le mura di casa, con tutti i crismi di un ricovero ospedaliero, potranno essere tutti i pazienti, oltre i 65 anni d'età, che hanno patologie croniche e invalidanti: i tecnici del ministero della Salute per ora hanno individuato trenta Drg (i «Diagnostic related groups»: gruppi di patologie) che segneranno il passaggio dal ricovero ordinario all'ospedalizzazione domiciliare.

Gli anziani saranno, dunque, i beneficiari privilegiati perché più bisognosi: ben il 52% degli uomini e il 66% delle donne over 65 - avverte l'Istat - dichiarano almeno due malattie croniche.

Requisiti e destinatari. Il documento stabilisce, innanzitutto, due requisiti essenziali: la presenza di condizioni compatibili con la permanenza del paziente al proprio domicilio e la disponibilità di un'idonea condizione abitativa. Sarà, inoltre, necessario verificare la disponibilità e l'adeguatezza del supporto familiare. I destinatari delle cure saranno tutti quei pazienti non autosufficenti o a rischio di non autosufficienza. Con alcune priorità.

In prima fila ci saranno, tra gli altri, i malati terminali che non rispondono più a terapie specifiche, ma anche chi soffre «fasi di riacutizzazione di patologie croniche» e i portatori di gravi disabilità. Decisivo per il decollo dell'"ospedale a casa" sarà l'integrazione tra cure domiciliari e assistenza ospedaliera, che sarà garantita attraverso una «dimissione protetta». In sostanza, la conclusione del ricovero del paziente dovrà essere programmata con «congruo anticipo». E sarà accompagnata dall'elaborazione di un piano di assistenza che aprirà al paziente le porte dell'assistenza a casa.

Come funziona. Spetterà a una centrale operativa (composta da un'équipe che integra più figure professionali: dal medico di famiglia allo specialista) decidere il percorso terapeutico più adatto per il paziente. Che potrà essere di «ospedalizzazione domiciliare» nel caso ci sia bisogno di un impegno specialistico di elevata complessità e durata definita (cosiddetta «fase intensiva»): in questo caso la gestione delle cure sarà affidata «a un'équipe specialistica, di norma a inquadramento ospedaliero».

Oppure, nel caso di minore intensità terapeutica («fase estensiva»), ma con la necessità di un programma di medio-lungo periodo definito, toccherà all'«équipe territoriale di assistenza domiciliare integrata» - guidata dal medico di famiglia e con l'eventuale consulenza specialistica - gestire l'intervento. Sempre alla stessa équipe è affidata la gestione dei programmi terapeutici - cosiddetta «fase di lungo-assistenza» - finalizzati a mantenere l'autonomia dei pazienti e a rallentare il suo deterioramento, «nonché a favorire la partecipazione alla vita sociale, anche attraverso percorsi educativi».
(16 dicembre 2002)

Marzio Bartoloni (da
Il Sole-24 Ore del Lunedì)

Servizi domiciliari: buone idee, ma pochi soldi

Un menu di ricette locali molto ricco e variegato. Ma con fondi quasi al contagocce. È la fotografia attuale dell'assistenza domiciliare made in Italy che, nonostante tanti buoni propositi, fa ancora fatica a decollare.

Nel 1996 per i servizi domiciliari si spendeva appena l'1,56% del Fondo sanitario nazionale; due anni dopo la percentuale è salita al 2,12 per cento. Una lieve crescita che comunque non basta: secondo la Sicud (Società italiana di cure domiciliari) sono almeno 4-5 milioni gli italiani che hanno bisogno di assistenza sanitaria a domicilio. Ma, numeri alla mano, i "fortunati" sono solo un milione.

Oggi tutte le amministrazioni locali hanno adottato un proprio programma applicativo per le cure palliative e l'«Adi» (l'assistenza domiciliare integrata). La maggior parte dei provvedimenti è molto recente (2000-2001), ma non mancano esempi di "lungimiranza": la Valle d'Aosta, a esempio, parlava di assistenza domiciliare già in una legge del 1982.

I primi esempi di assistenza domiciliare erano pensati per specifiche categorie di pazienti (anziani non autosufficienti, disabili, malati di cancro o di Aids, persone affette da Alzheimer). Le normative hanno, poi, puntato a creare una rete integrata dei diversi servizi domiciliari: dalla semplice assistenza infermieristica all'assistenza sanitaria a domicilio con apparecchiature e sistemi complessi. La formula «Adi» appare per la prima volta nel Psn 1994-96 che - tra l'altro - fissava l'obiettivo di assistere a domicilio almeno il 2% degli over 65 non autosufficienti entro il 1996.

Anche la Finanziaria per il 1997 scommetteva sull'«Adi» per contenere i ricoveri e la spesa sanitaria. Ma la vera marcia in più è stata inserita con il Psn 1998-2000 e con i provvedimenti attuativi: per la prima volta si fissano anche le «condizioni necessarie per l'attivazione dell'Adi» e le modalità per verificare i risultati conseguiti.
Infine, l'ultimo Piano sanitario nazionale (2002-2004), ancora non approvato, prevede - «tra i progetti obiettivi strategici» - la creazione di una rete integrata di servizi sanitari e sociali per l'assistenza ai malati cronici, agli anziani e ai disabili, attraverso lo strumento della sperimentazione.

 

Fonte Sole 24ore Sanita' : messo in rete da Fimmg Taranto il  16.12.2002