DA ANCECARDIO NEWS DEL 21 APRILE 2004 CUORE: OGNI GIORNO 160 ITALIANI VITTIME DI MORTE IMPROVVISA Roma - (Adnkronos Salute) Ogni giorno, in Italia, 160 persone sono vittima di morte improvvisa, ben 8 volte di piu' degli incidenti stradali. Di questi, 25-30 potrebbero salvarsi, grazie alla prevenzione o all'uso dei defibrillatori sul territorio e di nuovi mezzi e tecniche terapeutiche. La campagna nazionale di comunicazione 'La morte improvvisa: si puo' evitare', uno dei tre temi principali di '2004 Anno del cuore', sara' al centro del Congresso dell'Associazione italiana di aritmologia e cardiostimolazione (Aiac), in programma a Napoli a Castel Sant'Elmo da domani al 23 aprile. Gli esperti si confronteranno sulle nuove pratiche contro le aritmie, che poi sfociano negli scompensi cardiaci, principali responsabili di morte improvvisa. Le aritmie costano agli italiani tra l'1% e il 2% dell'intera spesa destinata alla sanita', in analogia al resto d'Europa. Secondo gli specialisti, ''i mezzi tecnico-terapeutici per arginare questa piaga sono gia' disponibili. Ma stentano a decollare l'informazione sulle nuove metodiche di contrasto alle aritmie gravi e l'uso mirato, ma diffuso, del pacemaker biventricolare resincronizzante. E' un salvavita, che pero' costa 6.500 euro. E' ancora da migliorare la diffusione sul territorio dei defibrillatori: pur tra inadeguatezze organizzative di vario genere, hanno gia' permesso alle unita' coronariche di primo soccorso di segnare qualche risultato positivo. Prevenire la morte improvvisa - sottolineano - non solo e' tecnicamente possibile, ma anche economicamente vantaggioso''.
DA FEDERFARMA NEWS-ANSA DEL 21 APRILE 2004 SANITA': NASCE FONDAZIONE PARACELSO, NUOVA VOCE PER EMOFILICI 6000 MALATI IN ITALIA, AL VIA FONDO SOLIDARIETA' ROMA, 21 APR - Un fondo di solidarieta' a favore degli emofilici che, negli anni '80, contrassero il virus dell'Hiv a seguito di trattamenti con farmaci emoderivati infetti ed una nuova spinta alla ricerca scientifica per questa patologia rara che in Italia colpisce 6.000 persone. Sono i primi obiettivi della Fondazione Paracelso, presentata oggi alla presenza del presidente del Senato Marcello Pera e del ministro della Salute Girolamo Sirchia e che si propone come la ''nuova voce degli emofilici italiani''. Ad illustrare le finalita' della Fondazione sono stati i responsabili della Federazione delle associazioni emofilici (Fedemo): ''L'obiettivo - hanno sottolineato - e' avere uno strumento che sia in grado di recepire i bisogni dell'emofilico, e di chi gli sta accanto, a 360 gradi''. Il problema delle malattie rare, ha sottolineato il presidente Fedemo Giovanni Nicoletti, e' ancora ''molto sentito: i pazienti sono spesso costretti a viaggi della speranza per cercare assistenza adeguata dal momento che questa, nelle diverse regioni, si presenta a macchia di leopardo''. Oggi inoltre, ha aggiunto, ''per l'emofilia ci sono delle cure efficaci, almeno nei paesi occidentali, ma il problema e' il loro costo eccessivo; senza contare le difficolta' quotidiane dei centri di cura specializzati, alle prese con fondi insufficienti''. L'emofilia pero', in molti paesi del mondo, e' ancora una malattia poco conosciuta, ha aggiunto Nicoletti, e ''l'80% della popolazione emofilica mondiale non riceve alcuna cura''. In Italia, l'integrazione dei pazienti emofilici e' oggi piu' facile, hanno sottolineato i responsabili delle associazioni, ''ma restano comunque retaggi del passato da cancellare: a partire, ad esempio, da una vecchia legge che impedisce agli emofilici di gareggiare negli sport agonistici''. L'emofilia e' una malattia congenita ed ereditaria e in Italia ne sono colpite circa 6.000 persone, 40.000 nel mondo. Riguarda in prevalenza gli uomini, mentre le donne sono portatrici sane di un gene difettoso. Soffrire di emofilia significa, infatti, non avere, o avere solo in parte, la proteina fattore VIII, fondamentale nel processo di coagulazione. I centri specializzati per la cura di tale patologia, classificata tra le malattie rare, sono 47 su tutto il territorio nazionale.
DA GALILEONET.IT NEWS DEL 21 APRILE 2004 Un cerotto contro l'alcolismo Dopo il cerotto per smettere di fumare, quello per smettere di bere. A sperimentarlo e' il gruppo di Jed Rose della Duke University, negli Usa, e studi preliminari condotti su forti bevitori hanno dato risultati incoraggianti. Dopo un mese di trattamento con applicazioni di cerotti che rilasciano un principio attivo chiamato mecamilamina, i volontari hanno ridotto il consumo di alcolici di oltre il quaranta per cento. La mecamilamina e' un farmaco usato sin dagli anni Cinquanta per combattere l'eccessiva pressione sanguigna, ma i ricercatori ne conoscono anche gli effetti sul cervello. Questo medicinale infatti ostacola il rilascio di una sostanza chimica associata agli stimoli piacevoli, la dopamina, che rafforza la dipendenza da droghe come l'alcol o la nicotina e spinge a consumarle. Il cerotto quindi sarebbe utile per frenare l'impulso a bere, e insieme agli altri farmaci gia' disponibili per il trattamento dell'alcolismo potrebbe rappresentare un ulteriore aiuto per gli alcolisti. Ma per verificare l'efficacia del farmaco servira' una rigorosa sperimentazione clinica. (g.p.)
DA FARMACIA.IT NEWS DEL 21 APRILE 2004 PROCREAZIONE: ASS.EMOFILICI, SI PREVEDA DIAGNOSI PREIMPIANTO (ANSA) - ROMA, 21 APR - E' "necessario prevedere la possibilita' della diagnosi preimpianto dell'embrione, in relazione a gravi patologie ereditarie o a malattie rare". A chiederlo sono le associazioni degli emofilici, che sollecitano un "aggiustamento" della legge sulla procreazione medicalmente assistita attraverso le Linee guida alle quali sta lavorando il ministero della Salute. "La nuova legge, cosi' com'e' - ha affermato il direttore della Federazione delle associazioni emofilici (Fedemo) Andrea Buzzi, in occasione della presentazione della Fondazione Paracelso per gli emofilici italiani - ci danneggia. Oggi, infatti - ha spiegato - e' possibile eseguire una diagnosi preimpianto per individuare gli embrioni affetti da gravi patologie ereditarie, come appunto l'emofilia. Impedire tale possibilita' nelle tecniche di fecondazione assistita - ha commentato - e' sbagliato, anche perche' la donna ha sempre la possibilita' di abortire successivamente". Un problema, ha aggiunto, che "potrebbe trovare soluzione attraverso linee guida adeguate". Sulla questione, il ministro della Salute Girolamo Sirchia, a margine della presentazione, ha precisato che la commissione ministeriale per l'elaborazione delle linee guida "valutera' quali sono gli interventi che possono essere classificati come fatti nell'interesse dell'embrione a esistere". "Non si possono infatti fare selezioni - ha concluso Sirchia - che possono implicare principi di eugenica, proibiti non solo in Italia ma ovunque".
DA MINISTERO DELLA SALUTE DEL 21 APRILE 2004 A un anno dall' Accordo Italia-Usa al via una rete di ospedali e laboratori per combattere i tumori Partono i primi due progetti Italia - Usa finalizzati alla messa a punto di tecniche di diagnosi precoce e di nuove classi di farmaci basati sullo studio delle proteine delle cellule tumorali. Le ricerche, illustrate per la prima volta in occasione del workshop "Cancer pharmacogenomic", tenutosi il 21 aprile presso l'Istituto superiore di sanita', e per la cui realizzazione e' stata costituita un'apposita rete di centri clinici, sono frutto dell'accordo Italia-Usa, siglato nel marzo 2003 dal Ministro della Salute Girolamo Sirchia e dal Segretario del Dipartimento della Sanita' e dei Servizi umani degli Stati Uniti d'America Tommy G.Thompson. L'accordo tra l'Italia e gli Stati Uniti includeva tra le aree d'intervento quella oncologica con l'obiettivo di costruire un progetto di ricerca i cui risultati sarebbero stati di immediato impatto sulla clinica. I progetti, infatti, sono gia' collegati con qualificati centri clinici italiani, coordinati dall'Istituto Superiore di Sanita' che lavora di concerto con i laboratori statunitensi, per la prima volta strettamente collegati in un unico progetto finanziato dal Ministro della Salute con 10 milioni di euro e da uno specifico obiettivo: trasferire i risultati sul letto del paziente. Una nuova classe di farmaci basati su geni oncosoppressori detti "MicroRNA", geni che giocano un ruolo chiave nella regolazione della proliferazione, della differenziazione e della morte di tutte le cellule, quelle normali e quelle neoplastiche, e' l'obiettivo di uno dei due studi finalizzato alla messa a punto di una nuova generazione di molecole antitumorali. Molecole in grado di attivare proteine capaci di sopprimere le cellule tumorali e quindi di bloccare la neoplasia. Si tratta di una delle frontiere piu' promettenti e avanzate della ricerca contro il cancro, quella che, attualmente, potrebbe dare i risultati a piu' breve termine e, probabilmente, tra i piu' significativi. L'altro progetto prevede la costruzione di una Biobanca nazionale con sede presso l'Ospedale Maggiore di Milano che conterra' i sieri di pazienti oncologici, consentendo cosi' agli esperti di studiare le proteine contenute in essi. L'obiettivo principale dello studio dei sieri, attualmente quelli di pazienti affetti da carcinoma ovarico, e' quello di identificare proteine espresse nelle cellule tumorali che possano funzionare da markers in grado di predire la neoplasia a uno stadio precocissimo. " E' una rivoluzione immensa - ha detto il Ministro della salute Sirchia nel corso della presentazione dei due progetti - le tecnologie all'avanguardia messe a punto negli Stati Uniti e la grande quantita' di dati clinici raccolti in Italia si uniscono in un progetto di grande interesse scientifico e medico. E' cambiato lo scenario che si apre di fronte ai malati di cancro perche' per i pazienti si aprono le porte a diagnosi e cure personalizzate. Spero che in qualche anno potremo controllare meglio i tumori e diagnosticarli prima". Fonte: Istituto Superiore di sanita'
DA CORRIERE.IT-SPORTELLO CANCRO DEL 21 APRILE 2004 Volontari nei reparti oncologici del "Bambino Gesu'" di Roma Un aiuto ai piccoli pazienti nel nome di Peter Pan Una residenza allestita vicino all' ospedale permette di ospitare le famiglie. E presto ne nasceranno altre due. MILANO - Hanno scelto di chiamarsi come i personaggi delle fiabe e sono davvero capaci di compiere qualche magia: come quella di illuminare con un sorriso il viso dei bimbi malati di tumore in una corsia d'ospedale. Sono i volontari dell'associazione Peter Pan, nata alla fine del 1994 per l'iniziativa di alcuni genitori nei reparti oncologici dell'ospedale pediatrico Bambino Gesu' di Roma. Tutti avevano dovuto affrontare le grandi difficolta' legate a un ricovero, quando il paziente e' un bambino, e quando la malattia e' un tumore (anche se moltissime neoplasie pediatriche, per fortuna, sono affrontabili con successo e con alte percentuali di guarigione). La prima idea e' cosi' stata quella di creare una struttura d'appoggio a pochi passi dal Bambin Gesu', destinata soprattutto ai bambini (e ai loro familiari) che arrivavano da fuori Roma (il 60% dei pazienti oncologici dell'ospedale si sottopone a una "migrazione" sanitaria, spesso difficile da gestire e onerosa). La prima "casa di Peter Pan" e' stata realizzata in una zona tranquilla, a Trastevere, dove e' piu' facile ritrovare il calore dell'ambiente familiare. Ha tutte le comodita' di una casa tradizionale, ma possiede anche le attrezzature e i servizi di cui i piccoli malati (quelli che vengono curati in day hospital) hanno bisogno. Ed e' un luogo in cui gli adulti non si sentono isolati, ma possono condividere preoccupazioni, dolori e speranze con chi e' chiamato ad affrontare gli stessi problemi. "In un ambiente familiare, non istituzionalizzato, ma sotto la guida di assistenti preparati, i bambini sono in grado di recuperare piu' rapidamente le forze e di sopportare meglio le terapie - spiega Maria Teresa Barracano Fasanelli, presidente dell'associazione - Qui riescono a ridere e a giocare, dimenticando per qualche momento la malattia". Per i bimbi che devono invece restare ricoverati in reparto, Peter Pan ha creato un servizio di animazione e di lettura, accolto sempre con alti indici di "gradimento", considerando le lunghe e noiose giornate in ospedale. Alcune case editrici hanno donato libri e video per i bambini. Ma anche le mamme e i papa' hanno a disposizioni quotidiani e riviste. L'associazione si e' poi impegnata per rendere piu' confortevoli le stanze del reparto, che oggi dispongono di frigorifero, Tv con videoregistratore e cuffie senza fili (per consentire ai bambini di seguire i programmi anche quando il compagno di stanza dorme). Ma non basta. I volontari di Peter Pan cercano anche di aiutare le famiglie dei piccoli pazienti a risolvere i problemi amministrativi: ad esempio, le procedure per ottenere l'assegno di "accompagno" (in gergo tecnico si chiama cosi') o la pensione d'invalidita'. Inoltre, ai pazienti di Roma l'associazione offre anche l'assistenza di un oncologo, che accompagna i bambini alle visite per il riconoscimento dei "sussidi" e difende le ragioni dei pazienti, nei confronti di una Sanita' sempre piu' restia a distribuire assegni e altri aiuti in denaro. Le iniziative di Peter Pan vengono finanziate con donazioni e con campagne di raccolta fondi. Ogni idea e' bene accetta: come quella dell'Alitalia, che ha previsto la possibilita' per gli iscritti al Club Millemiglia (destinato a chi si sposta frequentemente in aereo) di regalare all'associazione il valore dei punti maturati con i viaggi. Questi punti concenstono poi - ai genitori dei bambini malati - di ottenere biglietti aerei a costo zero per raggiungere Roma. "Ora piu' che mai - dice Maria Teresa Barracano Fasanelli - abbiamo bisogno di sostenitori e collaboratori, per accendere una nuova stella nel cielo di Roma". L'obiettivo e' quello di costruire una struttura di accoglienza per ognuno dei reparti di oncologia pediatrica della capitale. Sta gia' nascendo, in sinergia con l'associazione "Io Domani", la casa che ospitera' i bambini ricoverati al Policlinico Umberto I. E si procedera' poi con quella per il Policlinico Gemelli. Vera Martinella
DA LE SCIENZE ON LINE-NOTIZIE DEL 21 APRILE 2004 La diagnosi dei tumori epiteliali Una nuova tecnica sfrutta l'assorbimento delle radiazioni terahertz Un team di fisici britannici annuncia di aver sviluppato una tecnica per rilevare la presenza di tumori della pelle e di altri tumori epiteliali non visibili ad occhio nudo. La tecnica, che si basa sulle radiazioni terahertz, potrebbe rappresentare un'alternativa efficace e non invasiva ai metodi convenzionali utilizzati per diagnosticare questi tumori. Lo studio e' stato descritto in un articolo (di E. Pickwell et al.) pubblicato sulla rivista "Physics in Medicine and Biology". L'85 per cento di tutti i tumori si trova nell'epitelio, ovvero sopra o in prossimita' della pelle, ma le loro piccole dimensioni ne rendono difficile l'individuazione. Inoltre, i tessuti della pelle devono essere rimossi chirurgicamente per l'analisi. La tecnica sviluppata da Emma Pickwell e colleghi dell'Universita' di Cambridge e della TeraView sfrutta invece il fatto che l'acqua assorbe fortemente le radiazioni di frequenza compresa fra 0,1 e 3 terahertz. Poiche' i tessuti cancerosi tendono ad avere un maggior contenuto d'acqua rispetto a quelli sani, le radiazioni terahertz potrebbero essere usate per differenziare fra i due tipi di tessuto. In piu', il team ha mostrato per la prima volta che la tecnica puo' essere usata anche in vivo.
DA FOCUS.IT DEL 22 APRILE 2004 Mucche per combattere i tumori Anche alle menti piu' semplici e' chiaro che le mucche producono latte. E - loro malgrado - carne. Ma alcuni ricercatori austriaci vogliono cambiare questa consolidata tradizione. In una ricerca recentemente pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences suggeriscono che le mucche potrebbero essere allevate per produrre farmaci antitumorali. I ricercatori hanno modificato il codice genetico di alcuni embrioni bovini inserendovi un gene in grado di produrre uno specifico anticorpo (chiamato r28M) che riconosce soltanto le proteine contenute in cellule tumorali (quelle del melanoma dell'uomo) e, contemporaneamente, stimola l'intervento delle cellule del sistema immunitario. I farmaci basati su questo tipo di anticorpi - definiti bispecifici - sono molto efficaci. Ma gli stessi anticorpi sono difficili da produrre su vasta scala. Ecco perche' l'esperimento austriaco ha suscitato un certo interesse. T'amo pio bove. Dagli embrioni modificati sono stati clonati 9 vitellini (vedi foto) nel cui sangue circolano enormi quantita' di anticorpi r28M che gli scienziati sono riusciti a estrarre e purificare con notevole facilita'. Si spera, quindi, in questo modo di poter creare produttori naturali (e economici) di questo anticorpo e, quindi, delle medicine ad esso collegate. La ricerca e' ancora in fase sperimentale ma i risultati sin qui ottenuti fanno sicuramente ben sperare.
DA ADN KRONOS SALUTE DEL 22 APRILE 2004 AIDS: SCHROEDER, UNA BOMBA ANCHE PER L'EST EUROPEO Berlino, 22 apr. (Adnkronos Salute/dpa) - L'Aids non e' una emergenza che riguarda solo l'Africa. Ma una bomba che minaccia sempre piu' anche l'est europeo. A lanciare l'allarme e' cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, che alla cena annuale a Berlino della Global Business Coalition Hiv/Aids, ha citato le cifre dell'ultimo rapporto Unaids, dal quale risulta che oltre 203 mila nuovi casi di contagio da Hiv sono stati registrati nell'area orientale lo scorso anno, portando il numero dei malati a un milione mezzo, cifra 50 volte superiore a quella registrata nel 1995. In particolare piu' dei due terzi dei colpiti dall'agente responsabile della sindrome da immunodeficenza acquisita vive in Russia, paese che non ha ancora adottato una politica di prevenzione. ''Ho chiesto al cancelliere Schroeder -ha dichiarato il direttore esecutivo dell'Unaids, Peter Piot, all'agenzia di stampa Dpa- di affrontare questa emergenza con il presidente russo Vladimir Putin quando si incontreranno la prossima volta. Nel suo intervento, il cancelliere ha riferito che la Germania sta investendo circa 300 milioni di euro l'anno per la lotta all'Aids. Una somma pero' che, secondo il leader della band irlandese degli U2, Bono, ospite della serata, e' insufficiente.
DA TEMPO MEDICO ON-LINE DEL 22 APRILE 2004 Che cosa mi ha insegnato la malattia Un noto medico riflette su come cambia la vita, e la percezione della medicina, a seguito di una patologia grave Questa mia breve nota racconta di un viaggio attraverso l'incertezza. Viaggio che ha sin qui attraversato diversi stadi e che continuera' con futuri passaggi e tappe che saranno, inevitabilmente, caratterizzate da altre transizioni e decisioni da prendere. Tutto inizia a meta' '97, quando, a seguito di accertamenti dovuti a un banale mal di schiena, scopro di essere portatore di un "picco monoclonale". Una strana entita' che indica un eccesso di determinate proteine del sangue (gammaglobuline), prodotte senza causa apparente da un tipo particolare di cellule del sangue chiamate "plasmacellule". Come accade talvolta in medicina, fare una diagnosi non significa sapere cosa fare. Magari significa, e davvero non e' poco, diventare da soggettivamente sano a oggettivo potenziale malato. Poco importa che questa mia "MGUS", cosi' chiamano gli inglesi la mia "Gammopatia Monoclonale di Incerto Significato" magari me la portavo dietro da tempo, senza saperlo, e che magari avrebbe anche potuto restare li' buona. Il fatto e' che ora sapevo che c'era. Un test di laboratorio la misurava, e quindi sapevo che c'era anche una probabilita' di potersi ammalare nel giro dei prossimi anni di una malattia piu' seria, il mieloma multiplo. La letteratura scientifica diceva che la frequenza di MGUS e' bassa (1 per cento nei giovani fino all'8 per cento circa in chi ha piu' di 65 anni). Ma poco importa, io l'avevo. La letteratura scientifica diceva che il rischio di mieloma in chi ha una MGUS e' di circa l'1 per cento all'anno. Una probabilita' che mi e' parsa bassa fino a che non sono arrivato alla diagnosi vera, quella di mieloma, alla fine del 2002. Una probabilita' che anche ad un motociclista (Bmw-ista, per onor di cronaca), convinto e praticante dai 16 in su, appariva poi non cosi' tremenda a confronto di certi viaggi fatti in tante strade e autostrade italiane e non solo, con alle spalle solo qualche incidentino di scarsa rilevanza. Quando la diagnosi di mieloma e' arrivata ho capito di essere uscito da una incertezza, quella della diagnosi, per entrare nella seconda, quella del trattamento. Non tanto quello iniziale che, dato lo stadio della malattia era tappa quasi obbligata (polichemioterapia ad alte dosi con autotrapianto di midollo) ma rispetto alla opportunita' e utilita' di un secondo autotrapianto dopo il primo. Una eventualita' per cui gli studi sono in corso ma i cui risultati tardano un po'ad essere resi disponibili - per ragioni che riprendero' brevemente piu' avanti. Consigliato e supportato da ottimi medici ed amici (i privilegi rimangono a noi medici nonostante la iella !) ho deciso per il si' e mi sono sottoposto, sei mesi dopo il primo, al secondo autotrapianto. E adesso non resta che aspettare per vedere se andra' come da motociclista o come, invece, nel passaggio tra il primo e il secondo stadio delle mie incertezze. Questa esperienza sin qui mi ha insegnato tre cose, rinforzandomi in alcune convinzioni profonde che erano pero' maturate nei piu' facili panni di persona sana.. Primo, ho davvero imparato a valorizzare l'etica dell'ignoranza. Le molte cose che non sappiamo su diagnosi e cura delle malattie non vanno rimosse ma devono essere sempre tenute presenti, sia quando decidiamo per noi sia quando, come medici, instilliamo negli altri (i pazienti) le nostre convinzioni. In 5 anni di esami del sangue semestrali ho capito che il peso dell'ansia bisogna viverlo (o infliggerlo) solo se e' necessario. Nel mio caso lo era, perche' si doveva capire quando iniziare un trattamento che poteva modificare la storia della malattia. Ma tanti sono i casi in medicina in cui non e' cosi', in cui si raccomandano o prescrivono esami o visite di cui non si sa l'utilita', tanto "al paziente non costa poi molto farli!". Secondo, mi sono rafforzato nella convinzione che il diritto del paziente a partecipare, se lo vuole, alle scelte che riguardano la propria salute e' sacro. Perche' questo diritto esista abbiamo bisogno di una medicina meno paternalistica, di una comunicazione piu' vera e diretta con medici e personale sanitario, ma anche che il mondo della ricerca -- che regola e condiziona la capacita' di verificare quali cure funzionano e quali no -- sia improntato alla collaborazione e non alla competizione. Io, da buon privilegiato e addetto ai lavori, ho avuto il massimo della informazione e medici che mi hanno aiutato a interpretarla. Ma almeno in un caso (penso alla scelta del secondo autotrapianto) sapevo che gli studi erano stati avviati ed erano a un buon livello di avanzamento, metre i risultati finali non erano ancora stati pubblicati. Quindi dovevo scegliere con meno informazioni di quelle teoricamente disponibili ma che ancora giacevano in qualche file di computer. Forse perche' prematuri? Forse perche' chi li aveva raccolti ora magari non aveva tempo di concludere lo studio perche' impegnato in ricerche piu' promettenti e convenienti? Forse perche' si poteva pubblicarli prima solo se i diversi gruppi di ricerca avessero accettato di condividere i dati, ma questo avrebbe inciso negativamente sulla loro competitivita' scientifica? Il dubbio resta, ed e' inquietante. E purtroppo tante discussioni con ricercatori, amici e non, sembrano quasi giustificare comportamenti assai diffusi nell'epoca della ricerca competitiva. L'ultima lezione riguarda l'informazione, una dimensione cui non viene data tutta l'importanza che dovrebbe avere. Anche nei contesti clinici dove si presta la massima attenzione alla qualita' della cura e alla sua efficacia non si investe a sufficienza nel creare un ambiente completamente ricettivo alle esigenze informative del paziente. Che non sono soltanto quelle relative alle scelte maggiori (iniziare o meno una terapia potenzialmente pesante o rischiosa) ma riguardano la quotidianita' delle piccole incertezze (i disturbi dovuti alle cure, gli esami ed i controlli da fare) che il paziente vive, su cui vorrebbe sapere di piu' per prepararsi meglio a fronteggiarle, e su cui invece non infrequentemente trova resistenze e limiti anche dove gli aspetti tecnici della assistenza sono eccellenti. di Alessandro Liberati, Centro Cochrane Italia - Tempo Medico n. 775
DA PFIZER ITALIA NOTIZIE DEL 22 APRILE 2004 Le mutazioni BRCA e tumore del seno sono collegati Diverse donne che presentano le mutazioni genetiche BRCA1 o BRCA2 sviluppano un tumore del seno circa cinque mesi dopo una mammografia risultata normale. Lo sostengono i ricercatori del Columbia-Presbyterian Medical Center di New York, coordinati da Ian Komenaka, in un articolo pubblicato da Cancer. Lo screening con mammografia annuale ha ridotto la mortalita' delle donne per tumore mammario negli ultimi 50 anni ma il ruolo e la frequenza di questa procedura nei soggetti ad alto rischio sono ancora controversi: secondo gli studiosi americani sono necessari intervalli piu' brevi e l'uso di tecniche di imaging aggiuntive