Rassegna Stampa 27 Aprile 2004
DA PNLG NEWS DEL 23 APRILE 2004 Ictus: abbassare l'omocisteina non basta Abbassare i livelli di omocisteina dopo un ictus cerebrale non protegge da successivi episodi vascolari cerebrali o cardiaci ne' dalla morte. Sono i primi risultati dello studio VISP, Vitamine Intervention for Stroke Prevention, una ricerca iniziata nel settembre del 1996 e conclusa nel maggio dello scorso anno. I presupposti dello studio erano il riscontro che livelli plasmatici alti di omocisteina si associavano positivamente al rischio di ictus ischemico. Finora non erano pero' state condotte ricerche randomizzate per confermare se abbassando i livelli di omocisteina il rischio di infarto cerebrale si riduceva. L'acido folico, la vitamina B6 e la vitamina B12 abbassano i livelli plasmatici di omocisteina, e lo studio VISP ha quindi valutato gli effetti della loro somministrazione sull'incidenza di infarti cerebrali ricorrenti (esito primario), coronaropatia e morte (esiti secondari). La ricerca ha coinvolto 56 centri negli Stati Uniti, in Canada e in Scozia. Sono entrati nello studio oltre 3.600 pazienti dopo 72 ore ed entro 120 giorni da un infarto cerebrale non invalidante e con livelli di omocisteina a digiuno pari o superiori al venticinquesimo percentile di una popolazione nordamericana di pazienti con ictus. Tutti i partecipanti allo studio, suddivisi in due gruppi, hanno ricevuto acido acetilsalicilico non appena le condizioni cliniche si sono stabilizzate. Inoltre sono stati trattati con un supplemento multivitaminico giornaliero contenente acido folico, vitamina B6 e vitamina B12 a dosi alte o basse, rispettivamente nel gruppo di intervento e in quello di controllo. Per due anni sono stati controllati ogni tre mesi alternando contatti telefonici e visite in ospedale per verificare se l'aggiunta delle vitamine a dosi generose influiva sul decorso e sulla prognosi dei soggetti.

DA LE SCIENZE.IT NOTIZIE DEL 24 APRILE 2004 Come l'HIV causa la demenza Un quarto dei pazienti infettati sviluppa disturbi cerebrali Sin dai primi studi sull'epidemia di AIDS, due decenni or sono, gli scienziati hanno tentato di capire perche' circa un quarto dei pazienti infetti dal virus HIV sviluppava anche demenza. Ora, alcuni ricercatori del Jefferson Medical College potrebbero aver trovato una risposta. Un team guidato dal virologo Roger J. Pomerantz, direttore della divisione di Malattie Infettive e Medicina Ambientale, ha dimostrato che il virus produce proteine che attivano specifici processi biochimici nel cervello, portando alla morte delle cellule cerebrali. Pomerantz e colleghi descrivono il proprio studio in un articolo pubblicato online il 19 aprile sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences". Il virus HIV non provoca alcuna infiammazione o aumento di globuli bianchi nel cervello, a differenza di altre infezioni cerebrali come la meningite o l'herpes. "I neuroni muoiono - spiega Pomerantz - e il cervello si atrofizza. Cio' e' molto insolito: gli agenti infettivi di solito non fanno cosi'". Che l'effetto sia dovuto al virus HIV e' certo: i pazienti che assumono i cocktail di farmaci anti-retrovirali (HAART), che impediscono la replicazione retrovirale, presentano infatti un tasso di demenza molto inferiore a quelli che non assumono i farmaci.

DA PFIZER ITALIA NOTIZIE DEL 26 APRILE 2004 Il gabapentin e' efficace contro il dolore neuropatico Il gabapentin dovrebbe essere aggiunto alla lista dei farmaci di prima scelta per il trattamento del dolore neuropatico cronico nei pazienti con lesioni del midollo spinale. A sostenerlo sono i ricercatori turchi dell'Universita' Selcuk di Konya, guidati da Funda Levendoglu, in un articolo pubblicato da Spine. Gli attuali trattamenti per il dolore neuropatico non sono del tutto efficaci, mentre questo studio ha rivelato che il gabapentin e' in grado di alleviare l'intensita' e la frequenza del dolore e migliorare la qualita' della vita.

DA ANSA.IT NOTIZIE DEL 26 APRILE 2004 AVENTIS: SI' A NOZZE CON SANOFI, NOVARTIS RINUNCIA PARIGI - Si chiamera' Sanofi-Aventis il nuovo colosso farmaceutico che nascera' dal matrimonio tra Sanofi- Synthelabo e Aventis. Lo ha indicato oggi Sanofi- Synthelabo confermando ufficialmente che Aventis ha accettato la sua nuova offerta da 54,5 miliardi, 6,7 miliardi in piu' di quella iniziale respinta dal gruppo franco-tedesco perche' insufficiente. L'accordo e' stato accolto con soddisfazione dal governo francese che ha spinto per queste nozze, sollevando polemiche per la sua interferenza in una battaglia tra societa' private. Novartis, che sembrava voler sfidare l'ostilita' di Parigi per accorrere in difesa di Aventis che si stava battendo contro la scalata di Sanofi, si e' stamani ritirato ufficialmente dalla corsa. Si e' concluso cosi' un processo che portera' alla nascita di un colosso della farmaceutica, il terzo al mondo in termini di fatturato, dietro all'americana Pfizer e alla britannica Glaxo Smithkline. In Borsa i titoli Novartis sono balzati del 4,5%, mentre le azioni degli altri due gruppi sono sospese fino alle 14.30 ora locale. Secondo l'accordo raggiunto ieri, Sanofi-Synthelabo sara' guidato dal presidente del gruppo francese, Jean- Francois Dehecq. La nuova offerta, che e' stata approvata dai due principali azionisti di Sanofi, Total e L'Oreal, valuta le azioni Aventis a 68,93 euro contro i 60,43 euro iniziali. Sanofi propone come offerta principale 5 suoi titoli e 120 euro in cash contro 6 azioni Aventis. Questa offerta principale mista e' accompagnata da una offerta pubblica di scambio di 1,173 azioni Sanofi per 1 azione Aventis e da un'OPS sussidaria che prevede 68,93 euro in cash per ogni titolo Aventis. Sanofi Synthelabo ha convocato per il 24 maggio un'assemblea straordinaria per approvare l'emissioni di titoli da apportare all'offerta.

DA CORRIERE.IT-SPORTELLO CANCRO DEL 26 APRILE 2004 Studio dell'Associazione Italiana Registri Tumori e della Lilt Tumori: piu' casi, ma anche piu' guarigioni Fra il 1986 e il 1997 il numero dei decessi si e' ridotto del 2,4% fra gli uomini e dell'1,2% fra le donne, grazie alla prevenzione. MILANO - In Italia, di cancro, ci si ammala di piu' (o perlomeno gli oncologi sono in grado di diagnosticare un numero maggiore di casi), ma si muore di meno. E' questa la tendenza fotografata dal piu' recente studio sull'andamento dei tumori nel nostro Paese, condotto dall'Associazione Italiana Registri Tumori (AIRT), in collaborazione con la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori. In particolare, tra il 1986 e il 1997, la mortalita' per tumore e' calata del 2,4 per cento all'anno per gli uomini e del 1,2 per cento all'anno per le donne. Questi dati sono in linea con quello che accade nel resto dell'Europa e negli Stati Uniti e, secondo gli autori dell'indagine, risentono degli effetti positivi di percorsi diagnostici e terapeutici piu' efficaci, ma anche del contenimento di alcuni tipi di cancro-killer, come quello al polmone, che cala ogni anno di un punto e mezzo percentuale grazie alla diminuzione del numero dei fumatori. La disaffezione alla sigaretta ha ridotto l'incidenza anche di altri tumori, quali quelli del cavo orale, della laringe e dell'esofago. A beneficiarne, pero', sono soprattutto i maschi, dal momento che tra le donne (e soprattutto fra le ragazze) la propensione al fumo non sembra essere calata in modo significativo e mantiene alto il numero di nuovi casidi cancro del polmone. Confermati i buoni risultati dei programmi di screening per il tumore della mammella, il primo per frequenza tra le donne, che vede crescere costantemente le percentuali di guarigione. Tra le neoplasie piu' diffuse, appare in aumento l'incidenza del cancro alla prostata (piu' 12 per cento l'anno), che e' pero' determinato, in realta', dall'affermarsi dei test per la ricerca dell'antigene prostatico specifico (PSA), in grado di portare alla luce molti casi latenti o ancora asintomatici. Per la stessa ragione si registra un incremento del 6 per cento annuo dei melanomi cutanei (anche in questo caso, grazie a migliori tecniche diagnostiche). Lo studio, pubblicato sul numero 2 della rivista Epidemiologia & Prevenzione, e' stato presentato in occasione degli Stati generali dei malati di tumore, in corso a Forli'. Con uno sforzo "enciclopedico", la rivista raccoglie in un unico testo i dati relativi a incidenza, mortalita' e sopravvivenza delle diverse forme di cancro, attingendo al vasto bacino di informazioni raccolte dai Registri Tumori con almeno 10 anni di attivita' (sono una decina sul territorio nazionale). Nel complesso, sono considerati circa mezzo milione di casi e 270.000 decessi, in soggetti con piu' di 15 anni d'eta' che risiedono nelle aree servite dai registri (attualmente, il 21 per cento del Nord Italia, il 19 per cento del Centro e il 2 per cento del Sud). Nati dall'interesse scientifico spontaneo di medici e di centri di cura (il primo fu attivato a Varese nel 1976), i registri oncologici nel nostro Paese sono oggi 13, oltre ad alcuni registri specifici (il Registro dei Tumori infantili del Piemonte, dei tumori colo-rettali di Modena e dei tumori primitivi dell'osso dell'Istituto Rizzoli di Bologna). Il loro scopo e' quello di tenere la delicata contabilita' di chi si ammala, di chi guarisce e di chi non ce la fa, garantendo il monitoraggio di otto milioni di italiani, pari al 15 per cento della popolazione totale. Dal 1997 si sono costituiti in una rete coordinata, l'AIRT, appunto, ma si distribuiscono principalmente nel centro-nord, con una disparita' territoriale che riflette ampiamente l'assenza - per ora - di un progetto nazionale di registrazione dei tumori.

DA IL SOLE24 ORE SANITA' DEL 26 APRILE 2004 Sirchia: rilancio del Ssn fondamentale per il Paese "Obiettivi prioritari per il rilancio della Sanita' sono la destinazione di risorse per la cronicita' e la non-autosufficienza delle persone anziane, la riorganizzazione della medicina territoriale sul modello della 'Primary care clinic' per assicurare ininterrottamente le cure primarie ai cittadini, riducendo il ricorso al pronto soccorso degli ospedali, il miglioramento della qualita' dei servizi erogati attraverso la misura degli 'outcomes', l'applicazione del governo clinico, l'Educazione continua in medicina (Ecm) e la promozione della ricerca clinica e translazionale per tradurre immediatamente in servizi ai malati le scoperte quotidianamente fatte negli ospedali". E' quanto sostiene il ministro della Salute Girolamo Sirchia, in una lettera inviata al presidente dell'Arec Campania (Associazione ex Consiglieri regionali), Ferdinando Clemente di san Luca. Sirchia era stato invitato al convegno promosso dall'Arec sul tema: "A Sud della salute. Economia, regole, formazione e ricerca, dignita' della persona" che si sta svolgendo a Napoli. Secondo il ministro della Salute il compito fondamentale di ogni servizio sanitario "e' quello di tutelare e promuovere la salute dei cittadini. Per questo - si legge nella lettera di Sirchia - e' necessario un rinnovamento del sistema e l'apporto di alcuni correttivi che ne riducano le iniquita' importanti, quali le difformita' qualitative e quantitative delle prestazioni erogate nelle diverse Regioni. La garanzia della qualita' e dell'uniformita' dell'accesso alle cure a tutti i cittadini sono diritti fondamentali in un Paese civile". Il ministro della Salute ha voluto anche ricordare come il ministero abbia gia' promosso la creazione di centri di eccellenza e del lavoro in rete, per dare nuovo impulso all'uso della telemedicina "che rende possibile la migliore assistenza anche al di la' delle barriere geografiche".

DA YAHOO! SALUTE NOTIZIE DEL 26 APRILE 2004 Piu' movimento dopo l'ictus La notizia. Nei giorni successivi ad un ictus, molti pazienti rimangono fermi a letto quando invece dovrebbero essere incoraggiati a muoversi di piu': le complicazioni dovute all'immobilita' sono tra le prime cause di morte entro il mese successivo a questo evento cardiovascolare. e' il risultato di uno studio del National Stroke Research Institute In Heildelberg (Australia), pubblicato sulle pagine della rivista Stroke. La ricerca. L'e'quipe di ricerca guidata da Julie Bernhardt ha preso in considerazione 58 pazienti ricoverati in diversi ospedali di Melbourne per un ictus, nei 14 giorni successivi all'evento. Ne e' emerso che i pazienti rimangono a letto per l'89 per cento del tempo, mentre si muovono solo per l'11 per cento dei giorni in cui sono in ospedale. Alla terapia, fisica e linguistica, e' dedicato solo il 5 per cento del tempo di ricovero. Commenti. Si tratta del primo studio sugli effetti dell'attivita' fisica immediatamente dopo un ictus. Gli autori si augurano che ne possano seguire altri in modo da mettere a confronto un programma di cura che preveda un piu' ampio spazio per il movimento fisico rispetto al programma standard attuale. Bibliografia. Bernahardt K, Dewey H, Thrift A et al. Inactive and alone: physical activity within the first 14 days of acute stroke unit care. Stroke 2004;35:1005-1009. simona lambertini

DA DIABETE.NET NEWS DEL 26 APRILE 2004 I trombolitici non sono efficaci per gli infarti dei diabetici Gli attacchi cardiaci sono normalmente trattati con agenti trombolitici, sostanze in grado di distruggere i coaguli di sangue che si formano nelle coronarie. Ma secondo una ricerca greca questo trattamento non e' molto efficace in chi soffre di diabete di tipo 2. I medici hanno seguito 726 persone sopravvissute a un attacco cardiaco, 214 delle quali afflitte da diabete di tipo 2 da almeno tre anni e mezzo. Tutte sono state trattare con trombolitici entro sei ore dal primo manifestarsi del dolore al petto. Pochi diabetici, rispetto ai non diabetici, hanno avuto una normalizzazione dell'ecocardiogramma dopo il trattamento. Inoltre quando l'ecocardogramma di pazienti diabetici e' migliorato ci ha impiegato molto piu' tempo che nel caso dei non diabetici. Infine, i diabetici il cui ecordiagramma si e' normalizzato dopo piu' di un'ora dal trattamento hanno avuto un maggiore rischio di morire. I trombolitici quindi non sono molto efficaci per i diabetici. In alternativa, nell'immediato, si puo' intervenire con un'angiplasica e/o con uno stent per aprire le arterie coronariche. Diabetes Care, April 2004

DA ITALIA SALUTE.IT NOTIZIE DEL 26 APRILE 2004 LA CURCUMA, SPEZIA DEL CURRY, UTILE CONTRO FIBROSI CISTICA Il Curry e' un preparato tipico della cucina indiana, ma da oltre un secolo si e' diffuso in occidente grazie ai primi importatori francesi, che lo introdussero come curiosita' alimentare esotica. Le spezie che lo compongono di solito sono il cardamomo, lo zenzero, il cumino, la curcuma, il pepe, i chiodi di garofano, il peperoncino, la noce moscata, lo zafferano, e altri ingredienti, a seconda della zona di provenienza. Oltre ad essere apprezzato in cucina, il curry potrebbe esse utile contro la fibrosi cistica. La curcumina, una componente della curcuma, una delle spezie presenti nel curry, una volta somministrata ai topi di laboratorio affetti dalla malattia ne avrebbe consentito la remissione dei sintomi. La fibrosi cistica e' una malattia genetica, quindi ereditaria. e' cronica, per cui la persona che ne e' affetta ha la malattia per tutta la vita, e frequentemente e' mortale. Il difetto alla base della fibrosi cistica consiste nella produzione di una proteina alterata chiamata CFTR. Questa proteina provoca un'anomalia nelle secrezioni esocrine dell'organismo, con il risultato di una anormale produzione delle stesse, che sono dense e viscose. La presenza di queste secrezioni anormali determina un danno progressivo degli organi coinvolti, in particolar modo dell'apparato respiratorio e digerente di bambini e giovani adulti, ma anche di quello riproduttivo e le ghiandole sudorifere. La vita media di chi e' colpito dalla malattia e' di circa 30 anni. La nuova ricerca sembra fornire esiti molto promettenti per chi soffre della malattia, tuttavia, i pazienti non devono consumare grandi quantita' di curry nella speranza di sconfiggere la malattia. Ulteriori ricerche dovranno pero' essere realizzate prima che si possano dimostrare gli effetti positivi anche sugli esseri umani. La ricerca, realizzata presso la Yale University School of Medicine, e' apparsa sulla rivista scientifica Science. Negli Stati Uniti, circa una persona su 20 e' portatore sano della malattia e di solito non sono a conoscenza della propria condizione. I portatori sani possiedono una copia del gene alterato ed una copia normale e sono privi di ogni sintomo. L'unico modo per identificare i portatori sani e' di effettuare un'analisi del DNA alla ricerca di mutazioni nel gene del CFTR. L'analisi pero' e' complicata dal fatto che esistono almeno 720 diverse mutazioni che causano la FC, e oggi e' impossibile eseguire un test per ognuna di esse. Generalmente il test viene eseguito tenendo conto di 10-30 mutazioni, scelte fra le piu' frequenti nell'area geografica in questione e che nel complesso permettono di identificare fra l'85 ed il 90% dei portatori. Nelle gravidanze a rischio e' possibile eseguire la diagnosi prenatale.