Medici alle barricate: sarà sciopero

Compatti e a muso duro, gli oltre 120mila dirigenti del Servizio sanitario nazionale dichiarano guerra al Governo "per la salvaguardia e la tutela della salute dei cittadini". Medici, veterinari, biologi e amministrativi - riuniti oggi a Roma agli "Stati generali" della Sanità - hanno fissato la tabella di marcia delle agitazioni . Due gli scioperi generali in programma: il 9 febbraio e l'8-9 marzo. Ma si comincia il 16 gennaio, con una giornata di assemblee unitarie in tutte le strutture sanitarie.

La protesta, indetta da 42 sindacati, nasce da una serie di criticità, elencate in un documento unitario (si veda Il Sole-24 Ore Sanità :n. 43/2003): dalla Finanziaria, accusata di non prevedere risorse adeguate, alla riforma previdenziale, passando per l'educazione continua in medicina, la mancata tutela assicurativa, lo spettro della devolution selvaggia. Senza dimenticare il contratto di lavoro, scaduto nel 2001. L'atto di indirizzo all'Aran del Comitato di settore è ritenuto "inaccettabile" da tutte le sigle. Per i camici bianchi, il sistema è al collasso e la categoria abbandonata a se stessa.

Primo imputato: il Governo. Il grande assente, ieri, è stato il ministero della Salute. A rappresentare l'Esecutivo c'era solo il sottosegretario all'Economia, Gianluigi Magri, più volte fischiato e interrotto dall'affollata platea del cinema Capranica. A suo avviso, "i medici sbagliano bersaglio". E alcune sigle devono ammettere l'errore di essere state intransigenti sull'irreversibilità dell'opzione di lavorare in esclusiva con il Ssn, costata troppo. "Per il 91% dei dirigenti in esclusiva - ha spiegato Magri - nel 2001 sono stati spesi oltre 1,5 miliardi di euro, a fronte dei 93 milioni lordi incassati dalle aziende sanitarie con le prestazioni in intramoenia. Risorse che potrebbero essere utilizzate meglio". Sull'esclusiva i dirigenti hanno però superato i contrasti: oggi chiedono tutti ?finestre di riopzione" - esclusa la Cgil medici, che comunque aderirà allo sciopero - a patto che nessuno tocchi l'indennità riconosciuta a chi giura fedeltà al Ssn.

Dalle Regioni - altra controparte per i medici, seppur "giustificata" dall'inadempienza dell'Esecutivo - un richiamo al confronto. E una posizione comune. Per Fabio Gava (Veneto), coordinatore degli assessori alla Sanità, e per Giovanni Bissoni (Emilia Romagna), le difficoltà di amministrazione straordinaria di alcune Regioni vanno risolte con la perequazione verticale. È il Governo, in altre parole, che deve provvedere, senza chiamare in causa le altre Regioni, magari aprendo tavoli bilaterali.

"Mancano all'appello - ha denunciato Serafino Zucchelli, segretario nazionale dell'Anaao (il maggior sindacato dei medici ospedalieri) - circa 50mila miliardi di vecchie lire, tra i ritardi nei trasferimenti dal centro alle Regioni, gli sbilanci locali e il deficit previsto per il 2004. Noi non vogliamo apparire complici dello sfascio agli occhi dei cittadini". Concorda sulla "cronica asfissia del Ssn" Stefano Biasioli, presidente dei medici della Cimo: "Il problema è di denari, di regole, di assistenza, di Regioni che piangono perché Tremonti non sborsa, ma che non tentano di governare. Ma noi spezzeremo questo silenzio".

Di "controriforma silenziosa" ha parlato anche Rosy Bindi (Margherita). E solidarietà ai camici bianchi - e ai medici specializzandi, che reclamano da quattro anni l'attivazione dei contratti di formazione-lavoro - è arrivata da tutti i parlamentari presenti: Giuseppe Fioroni (Margherita), presidente di FederSanità Anci, Piergiorgio Massidda (Fi), Livia Turco (Ds), Chiara Moroni (Nuovo Psi), Tiziana Valpiana (Prc), fino a Ignazio La Russa (An). Che ha promesso: "La Sanità sarà la seconda priorità della maggioranza, dopo la sicurezza, al termine del semestre di presidenza italiana dell'Ue". Ironico il commento di Zucchelli: "Prima di essere sparati bisogna essere vivi. La priorità deve andare alla salute".