L'ospedale del futuro diventa hi-tech

Umano e hi-tech. Grande, ma non troppo. Ad alta intensità di cura, ma in continua osmosi con la città. Una struttura che mette al centro il paziente, privilegiando accoglienza, comfort e organizzazione delle cure. È il ritratto dell'ospedale del futuro, tracciato in uno studio finanziato dal ministero della Salute e promosso dall'Agenzia per i servizi sanitari regionali. Un lavoro in linea con le indicazioni del Piano sanitario nazionale 2003-2005, che ha indicato tra le priorità anche il cambiamento strategico del ruolo dell'ospedale, con il suo inserimento nell'ambito della più ampia rete di servizi e col definitivo abbandono delle caratteristiche generaliste.

La realtà di oggi. Traguardi ancora oggi molto lontani, come sottolineano gli stessi autori della ricerca: strutture vetuste, finanziamenti utilizzati con discontinuità, assenza di standard e di linee guida per la realizzazione ottimale degli ospedali, iniziative affidate al buon senso e alla buona volontà dei singoli promotori sono mali diffusi da un capo all'altro della Penisola. Proprio i «Princìpi guida tecnici, organizzativi e gestionali per la realizzazione e gestione degli ospedali ad alta tecnologia e assistenza», dunque, si propongono ambiziosamente di colmare il vuoto attuale di linee di indirizzo.

Il progetto. Ma come sarà, a grandi linee, l'ospedale del futuro, in grado di coniugare hi-tech, attenzione al paziente e collegamento con il "mondo esterno"? «Le nuove strutture - ha spiegato Laura Pellegrini, direttore dell'Assr, nel corso della presentazione dei risultati dell'indagine, a Perugia - dovranno essere in grado di inserirsi nella più ampia rete di servizi sul territorio». Il che significa, in gran parte, anche realizzare il decalogo per l'ospedale del Terzo millennio (sintetizzato nello schema in pagina). E ancora, soprattutto, significa che la mission del nuovo ospedale sarà quella di assicurare, in qualsiasi circostanza, la cura più appropriata per ogni paziente.

Senza discriminazioni, attraverso una pratica clinica integrata, la ricerca e la formazione. L'ospedale dei nostri sogni, insomma, non potrà più essere un'isola. Dovrà essere piuttosto flessibile e aperto al mondo esterno. Non più un luogo (per quanto possibile) di dolore, ma di armonia e serenità, dotato anche di una zona commerciale, di servizi bancari e di strutture per l'accoglienza di degenti e familiari, al di là dei luoghi strettamente deputati alla cura. E sul fronte dell'assistenza andrà superato il concetto del reparto tradizionale: vincerà l'organizzazione per processi, in cui la diagnosi e la cura del singolo malato seguano percorsi integrati, possibilmente predefiniti, organizzati «orizzontalmente» e non gerarchicamente.

Un sistema di indicatori e l'applicazione di una serie di politiche di gestione, dal clinical audit al risk management, dovrebbero garantire efficacia ed efficienza. In cantiere. Di ospedali con queste caratteristiche, nei prossimi anni, potrebbero esserne realizzati dai 200 ai 240, riferiti ad aree di 250/300mila abitanti ciascuna. Uno è già in cantiere in Umbria: riunirà quelli di Gubbio e Gualdo Tadino. I costi varierebbero dai 160 milioni per un polo da 600 posti letto ai 50 milioni per centri con non più di 200 letti. Si tratta, cioè, di strutture medio-grandi, ma limitate nelle dimensioni dall'esigenza di coniugare investimento economico e sostenibilità dell'intero sistema.
(1 dicembre 2003)

Barbara Gobbi (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)