Un malato su due spreca le cure         

Non c'è investimento che tenga. Per quanti sforzi faccia la ricerca scientifica c'è un'epidemia silente che per ora sfugge a ogni cura: troppi pazienti non seguono le prescrizioni dei medici, autoriducono i dosaggi o interrompono in anticipo le cure. Il fenomeno trova impreparati tutti i protagonisti del settore sanitario, in tutti i Paesi più avanzati.

 

L'abbandono o l'uso improprio delle terapie, sia in eccesso che in difetto, interessa, a seconda dei Paesi e delle patologie, anche oltre il 50% dei malati e procura danni economici e d'immagine fino a pochi anni fa inattesi. L'ultima conferma sul costo della «non compliance» (il mancato rispetto delle terapie) arriva da uno studio inedito realizzato tra il 2002 e il 2003 dalla società di consulenza internazionale Boston Consulting Group e dal colosso delle ricerche di mercato via Internet Harris Interactive, su un campione di oltre 13mila malati negli USA. Le proiezioni dimostrano che l'assunzione impropria dei farmaci tra aggravamenti, ricoveri e nursing determina ogni anno perdite per oltre 100 miliardi di dollari. E in Italia il panorama non è molto diverso (si veda il servizio qui sotto).

 

La memoria non c'entra. A determinare il "tradimento" delle cure non è però - contrariamente quanto spesso ritenuto dalle aziende - la poca memoria: solo il 24% degli intervistati dichiara di essersene dimenticato. Nella maggioranza dei casi l'abbandono delle terapie rappresenta viceversa una scelta attiva dei pazienti: stando alla ricerca, nell'arco di 12 mesi un paziente su tre ha assunto i farmaci con minor frequenza del dovuto; uno su quattro ha ritardato l'avvio della terapia; il 20% ha sospeso in anticipo la cura; il 14% ha scelto una via di mezzo riducendo autonomamente i dosaggi.

 

Perché oltre il 60% dei malati preferisce cambiare rotta? Il 20% definisce la cura «quasi peggio della malattia» per gli effetti collaterali del farmaco; un altro 17% trova le cure insostenibili per il proprio portafogli; il 14% ritiene di «non averne bisogno»; il 10% dichiara di aver incontrato difficoltà a reperire il prodotto, mentre l'1% dichiara di «non aver capito come usare il medicinale».

 

L'analisi si complica ulteriormente tenendo conto di fattori individuali come la natura della patologia, il grado di coinvolgimento del paziente nelle scelte sanitarie e il sesso. Che la maggior gravità della patologia agisca come deterrente rispetto alla fuga dalle cure è indubbio: tra i pazienti affetti da sclerosi multipla o ipertensione si registra solo il 29-30% di compliance ridotta, contro il 43% dichiarato dai depressi. «Antidepressivi e antibiotici - confermano i ricercatori - sono tra le categorie di prodotti a maggior rischio di "abbandono" da parte dei pazienti, non appena si manifestano i primi miglioramenti».

 

L'effetto paradosso emerge invece indagando sul fattore "consapevolezza": proprio i pazienti più informati, quelli che aspirano a una partnership col medico, sono a maggior rischio di fuga: i tassi di autoriduzione o sospensione autonoma delle cure oscillano tra il 30 e il 40 per cento. Infine il fattore sesso, che vede le discendenti di Eva nel ruolo di pazienti più indisciplinate: nel 21% dei casi non seguono la terapia (contro il 15% degli uomini); nel 30% dei casi ne ritardano l'inizio (contro il 20% dei pazienti di sesso maschile); nel 23% dei casi interrompono in anticipo la cura (18%).

Corsa ai ripari. Cifre che stanno costringendo le aziende a correre ai ripari, anche perché - rimarca lo studio - sono ben consapevoli delle opportunità offerte da un aumento della compliance. I ricercatori di Boston Consulting non parlano certo per sentito dire: «Abbiamo aiutato una azienda farmaceutica a capire che potrebbe aumentare di un terzo il fatturato del proprio prodotto di punta se tutti i pazienti seguissero le cure prescritte», spiegano. «Per risolvere il problema - aggiungono - serve lo sforzo coordinato di tutti gli attori della catena di valore interessata al farmaco: aziende, organizzazioni sanitarie, ospedali, farmacisti». E se consigli, opuscoli, campagne informative non dovessero funzionare?

Niente paura. Un ruolo chiave lo giocheranno anche i terzi paganti (mutue, assicurazioni e così via): hanno «dati sanitari a sufficienza per individuare in anticipo la popolazione a più alto rischio di non compliance» e «possono usare le leve economiche». Basterà «garantire tassi di rimborso più elevati per i migliori risultati sanitari ottenuti (outcome) e «livelli di compartecipazione inferiori per i pazienti che si lasciano coinvolgere in idonei programmi di prevenzione». Una azione a tenaglia che non mancherà di far crescere il rispetto delle cure, garantisce lo studio. Ma non è matematico che a guarire saranno i migliori.

(2 febbraio 2004)

Sara Todaro (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)