A Pavia il secondo autotrapianto di fegato mai realizzato al mondo
  L'organo colpito da metastasi è stato espiantato per essere sottoposto a radioterapia extracorporea, e subito dopo reimpiantato. L'intervento è durato 19 ore

E’ iniziato alle 8:30 del mattino di ieri e si è concluso alle 3:30 di stamattina il secondo intervento di autotrapianto epatico per l’irraggiamento neutronico del fegato espiantato, con una procedura unica al mondo ideata da Aris Zonta del Policlinico San Matteo di Pavia. Il paziente, un trentanovenne di Napoli, era affetto da metastasi epatiche multiple da tumore del colon.
La prima fase dell'intervento è consistita nell’isolamento del fegato, nell’infusione del boro e in prelievi bioptici per valutare la concentrazione del boro nella parte di fegato sana e in quella malata. Solo dopo aver accertato che la concentrazione della sostanza era nettamente superiore all’interno delle metastasi, si è proceduto all’asportazione del fegato, avvenuta intorno alle 17. Il fegato è stato così trasportato al reattore nucleare - dove ha subito un irraggiamento durato 9 minuti - e poi riportato al San Matteo e reimpiantato nel paziente. La fase durante la quale il paziente è rimasto privo di fegato e in circolazione extracorporea, è durata circa 6 ore.
Il paziente è ora ricoverato in prognosi riservata presso la struttura di Rianimazione del San Matteo per la fase post-chirurgica.
“I prossimi giorni saranno decisivi per valutare la ripresa funzionale del fegato e la conseguente prognosi. Dobbiamo comunque tenere presente che si tratta di un intervento di carattere straordinario che poggia sui risultati di una ricerca sperimentale” ha commentato Zonta.
Ieri la notizia dell’intervento era stata circondata da molto riserbo, soprattutto da parte dei sanitari dell’ospedale. “Quella eseguita ieri dall’équipe del professor Zonta con la collaborazione dei fisici nucleari è stata una procedura assolutamente eccezionale" ha spiegato Luigina Zambianchi, direttore sanitario del San Matteo. "Il nostro atteggiamento di prudenza nella comunicazione è stato motivato da ragioni che riteniamo le più corrette in situazioni di questo tipo, e che coinvolgono sia la privacy del paziente, sia le aspettative che si vengono inevitabilmente a creare. Solo dopo l’esame degli anatomo-patologi e dopo aver appurato che il tumore in questione aveva determinate caratteristiche, è stato infatti possibile procedere all’irraggiamento e alle fase successive. Ora, a intervento concluso, possiamo comunicare che la procedura è avvenuta senza particolari problemi ma che solo quando verrà sciolta la prognosi saremo in grado di fornire una corretta informazione sullo stato del paziente”