Contratti, si avvicina l'"autunno caldo" della resa dei conti

Un contratto, scaduto ormai da un anno e mezzo, da portare all'incasso. Una riforma del rapporto di lavoro con l'Ssn che resta un'incognita. Fondi pubblici ridotti all'osso e tanta voglia, nel Governo e nelle Regioni, di mettere in campo dosi massicce di flessibilità. Per l'universo dei 100mila (e rotti) medici pubblici è l'ora della verità. E di farsi i conti in tasca.

Perché la partita in gioco - anche solo finanziariamente parlando - è di tutto rispetto: vale almeno 1,5 miliardi, tra rapporto di esclusiva e aumenti legati all'inflazione. Ma questo solo fino al 2003. Perché poi i conti saranno tutti da rifare. Tiro incrociato. Il primo (mini) show down c'è stato giovedì scorso alla Funzione pubblica, dopo il via libera del Consiglio dei ministri nella "notte del Dpef": la definitiva concessione da parte del Governo (con costi interamente a carico dello Stato) della quota dello 0,99%, già data per altri contratti ma rimasta impigliata per i rinnovi della sanità e degli enti locali.

Un'apertura che soltanto per la dirigenza medica del Ssn vale 51 mln (fino al 2003). Ma che per i potenti sindacati di categoria è solo un «atto dovuto». Altro che "apertura" del Governo, alzano il tiro. E a questo punto, sebbene le trattative per il rinnovo del contratto siano state aperte, dobbiamo aspettarci un autunno caldo, nel segno di una tradizione sindacale ormai ventennale (il primo contratto è datato 1981) nell'Ssn.

Anche perché nel mondo della sanità in questi mesi saranno in pista altri rinnovi contrattuali bollenti: quello dei circa 15mila dirigenti non medici e dei 550mila dipendenti non dirigenti.

Per non dire del rinnovo delle convenzioni (tra cui medici di famiglia, pediatri, specialisti ambulatoriale, guardie mediche). Insomma: tutti vanno all'atteso incasso. E tutti soppesando quanto e come potrà cambiare il loro lavoro. In corsia si lavorerà di più? Perché il futuro del "modo di lavorare" dei camici bianchi del Ssn è tutto legato agli aspetti legislativi e quindi applicativi - contrattuali, appunto - in cantiere.

Ecco così l'attesa che c'è sull'eventuale legge di riordino del rapporto di lavoro e, dunque, della modifica dell'esclusività e dell'irreversibilità del giuramento di fedeltà al Ssn. A bocce legislative ferme, tuttavia, i primi mattoni per la costruzione del contratto, sono già stati gettati. E la casa che Governo e Regioni vorrebbero edificare non piace affatto ai camici bianchi.

Tutto nasce dall'atto di indirizzo che il Comitato di settore del comparto sanità, ha inviato alla Funzione pubblica e che dovrà poi essere approvato dal Consiglio dei ministri per poi arrivare all'Aran. Sono le basi, in sostanza, di quanto le controparti chiedono ai medici per trattare il rinnovo del contratto.

L'esclusiva. E per i dottori del Ssn non sono esattamente note liete. A cominciare dall'orario di lavoro: le attuali 38 ore diventano semplicemente un orario «minimo di riferimento». Secondo un principio: se il medico è un dirigente, dirigente sia fino in fondo.

Ovvero: si lavora finché serve (anche se a tutto c'è un limite, è chiaro). Risultato: più ore di presenza, con il "di più" che l'indennità di esclusiva viene legata alla maggiore produttività. Niente più indennità "a pioggia", insomma, ma solo a risultato (concordato con le singole aziende) acquisito. Con la speranza tutta sulla carta, da parte di Governo e Regioni, anche di poter in questo modo avere una chance in più per ridurre le liste d'attesa. Da parte dei sindacati, il «no» è stato categorico.

E un rifiuto altrettanto secco è stato dato dalle categoria all'abolizione, indicato nel documento di Governo e Regioni, di tutti gli automatismi dei fondi contrattuali legati alle piante organiche. Per non dire di una norma apparentemente banale: l'abolizione del «comitato dei garanti» che oggi vigila sui licenziamenti: è l'ultima garanzia contro i recessi illegittimi, ribattono i camici bianchi.

Ma la lista può continuare all'infinito. Resta il fatto che la replica dei sindacati è stata perentoria: o l'«atto di indirizzo» viene riscritto daccapo, o non se ne fa niente. All'autunno (caldo) mancano solo due mesi.