Farmaci da banco, una "opportunità di risparmio"

Affermano di poter essere una preziosa opportunità di risparmio per le casse sempre vuote del Ssn. Ma si sentono trascurati dallo Stato, quasi fossero figli di un dio minore. E ora battono cassa. O meglio, chiedono di essere riconosciuti a pieno titolo e di poter anche loro «recitare un ruolo nella politica sanitaria del Paese».

I produttori dei farmaci da automedicazione - i cosiddetti medicinali "da banco", senza obbligo di ricetta - hanno un menù da proporre al Governo: fatta di «riconoscibilità», di nuove regole di comunicazione al cittadino, di ampliamento dell'offerta, di uso estensivo dei marchi. E lanciano la proposta di essere classificati in una fascia nuova di zecca del «Prontuario farmaceutico». La "riconoscibilità", appunto.

L'occasione per tirare le somme del mercato e della realtà di un settore che in Italia fatica a guadagnarsi spazio, in assoluta controtendenza col resto d'Europa, è stata la presentazione ieri a Roma dell'«Osservatorio sull'automedicazione, Rapporto 2004» dell'associazione dei produttori dei farmaci da banco, l'Anifa (Federchimica).

Un rapporto, ha spiegato il presidente Angelo Zanibelli, che la dice lunga sulle difficoltà di mercato ma anche sulle distonie con le quali il settore deve misurarsi.

I dati, del resto, parlano chiaro. Dopo un 2003 in crescita dell'8,9% per fatturato in farmacia e del 3,7% per volumi venduti, già i primi mesi del 2004 fanno registrare un dimezzamento delle vendite (+4,2%) degli Otc, con un calo complessivo del 2,6% delle confezioni vendute, particolarmente forte (-11%) per prodotti non ammessi alla pubblicità, mentre quelli ammessi alla pubblicità hanno fatto segnare un ribasso dello 0,7 per cento.

Una realtà, i farmaci da banco, che in Italia, nel 2003, con 2,038 miliardi ha rappresentato per fatturato l'11,2% del totale del giro d'affari in farmacia. Un dato assolutamente insignificante rispetto alla media Ue, dove i "senza ricetta" hanno conquistato ben più seguito: in Italia la spesa media pro-capite è di 23 euro, in Germania di 51, in Irlanda di 50, di 47 in Belgio e nel Regno Unito. La media Ue è di 32 euro pro-capite. Frutto di altre scelte politiche. Che, a loro volta, hanno inciso sulle scelte dei consumatori.

«Il comparto dei medicinali di automedicazione in Italia continua a non vedersi riconosciuto il proprio ruolo, concreto ed effettivo, all'interno delle determinazioni e delle scelte strategiche di politica sanitaria», ha dichiarato non a caso Zanibelli. Di qui, ha aggiunto Zanibelli, «la necessità di mettere mano a un progetto che definisca un nuovo sistema di regole capace di di far emergere il farmaco Otc nelle sue peculiarità e di svolgere il proprio ruolo sociale e sanitario».

In questo senso, le mosse proposte da Anifa vanno in tre direzioni. A partire dalla considerazione, dimostrata da una ricerca di «Icon Brand Navigation», che l'Italia dal punto di vista dell'automedicazione è un Paese maturo: ai farmaci per le piccole patologie ricorre il 76% della popolazione e lo fa ricorrendo sempre più al consiglio del farmacista, chiedendo sempre più informazione e chiarezza.

Ecco perchè la prima richiesta è quella di «individuare le modalità migliori per dare anche dal punto di vista formale maggiore riconoscibilità» agli Otc, a cominciare da una nuova classe ad hoc. Ecco poi la proposta di cambiare le regole sulla comunicazione, con un «uso moderno dei marchi», più chiarezza «nelle confezioni e riferimenti ai prezzi». Infine, la richiesta di ampliare la gamma d'offerta. Non mancano stime sui risparmi possibili: a spanne, afferma Anifa, se il 5% dei consumi di farmaci con obbligo di ricetta transitasse all'automedicazione, si risparmierebbero 1,4 miliardi.