Tessera sanitaria e ricetta a lettura ottica: parte sperimentazione

 

Parte a luglio, in via sperimentale in Abruzzo, il monitoraggio della spesa sanitaria con la Tessera sanitaria e la nuova ricetta a lettura ottica. Lo prevede il decreto firmato dai ministri dell'Economia, Giulio Tremonti, e della Salute, Girolamo Sirchia. La Tessera sanitaria e la nuova ricetta (obbligatoria dal 2005) consentiranno alle strutture sanitarie di trasmettere telematicamente i dati della prestazione e della relativa spesa nel completo rispetto, si legge in una nota del Tesoro, della legge sulla privacy.

05/07/2004 14.02
Istat: nel 2003 frenata della spesa sanitaria

Dalle elaborazioni Istat emerge che nel 2003 l'incidenza delle spese per la Sanità sul Pil resta invariata rispetto al 2002 (6,3%), contro il 6,1% del 2001 e il 5,8% del 2000. L'anno scorso, il saldo di parte corrente ha raggiunto il livello di -5,417 miliardi, contro i -3,661 miliardi del 2002 e i -3,366 miliardi del 2001.

"Negli ultimi tre anni - scrive l'Istat nei Conti economici della Pubblica amministrazione 2000-2003 - i trasferimenti ricevuti dal settore Sanità a copertura dei debiti pregressi ripianati sono stati pari a 4,385 miliardi nel 2001, a 2,979 miliardi nel 2002 e a 6,168 miliardi nel 2003". La spesa per assistenza sanitaria attraverso le convenzioni registra un forte rallentamento (da +14,1% nel 2001 a +0,4% nel 2003) grazie al controllo più incisivo delle Regioni sul consumo di farmaci, attraverso l'introduzione di ticket a carico delle famiglie (+33,4% nel 2001, +0,5% nel 2002 e -5,3% nel 2003), l'introduzione di tetti di spesa autorizzabili, oltre a una diversa tariffazione.

La flessione della crescita osservata nel 2003 è influenzata anche dal mancato rinnovo delle convenzioni per i medici di base, generici e pediatrici, con il Ssn. I redditi da lavoro dipendente del settore sanitario crescono dell'1,2% (+3,3% nel 2002) per l'assenza di rinnovi contrattuali e di turn-over del personale.

Ticket sanitari: rinvio alla Finanziaria

Abortita in meno di ventiquattr'ore, la partita sui ticket sanitari è però solo rinviata. «Le cose serie non le stiamo facendo», dice chi confeziona le carte che oggi il premier porterà con se all'Ecofin di Bruxelles.

È infatti tutt'altro che da scartare - e, anzi, quanto meno finirà nei dossier per la prossima legge Finanziaria - che l'obbligo di un ticket unico sulle scatolette di farmaci per tutte le Regioni, rispunterà tra qualche mese. Perché c'è da mettere le briglie alla spesa per pillole e sciroppi a carico dello Stato, perché le Regioni (anche quello dove il ticket non c'è) non sgradirebbero un'imposizione dall'alto, perché libererebbe altre risorse per la spesa sanitaria in genere. E perché in fondo anche Bruxelles "gradirebbe", considerato che l'intervento avrebbe le caratteristiche di una mini manovra strutturale. Per non dire del primato tutto italiano: solo da noi i ticket non sono obbligatori.

A far scartare l'ipotesi di una rinascita obbligatoria del ticket sui farmaci  - e rendendo così uniforme in tutta Italia questo l'assistenza farmaceutica - sono state ragioni di "popolarità". Nessun taglio all'assistenza sanitaria e sociale in genere, aveva promesso Berlusconi. E così s'è deciso. Nella piena consapevolezza dello scarso gradimento sociale di una misura di questo genere. Tanto più che a fare le spese politiche ed elettorali di una rinascita del contributo sui farmaci, sarebbe stato il Governo. Dunque, meglio passare la mano. Per il momento.

Fatto sta che proprio i conti della sanità  - appena messi all'indice dal fabbisogno di giugno - restano tra le priorità più pesanti con i quali il Governo dovrà misurarsi. Con l'incognita, a questo punto, dell'atteggiamento che avrà il prossimo ministro dell'Economia, dopo i tre anni di Tremonti che hanno portato al patto di stabilità del 2001 (ora da riscrivere) e a otto manovre incentrate sui farmaci.

Ecco così che la parola "ticket" nei prossimi mesi tornerà necessariamente nell'agenda di Governo e Regioni. Anche perché la nuova stagione pre-elettorale delle regionali del 2005, rischia di indurre i governatori ad aprire i cordoni della borsa. Il "ciclo elettorale", infatti, sta già facendo balenare la possibilità, in alcune Regioni che il ticket lo hanno reintrodotto, di cancellarlo. Mentre da più parti le stesse esenzioni diventano sempre a maglie più larghe. Oggi, va poi ricordato, sono 11 le Regioni che non hanno ticket. Col peso in più del blocco delle addizionali.

Ed è infatti la più complessiva questione della spesa sanitaria, a far tremare i polsi al Governo e alle amministrazioni locali. Tanto che proprio in vista del Dpef, e quindi della Finanziaria 2005, si dovranno decidere partite cruciali. Il rinnovo del patto di stabilità, che scade a fine anno. I nuovi livelli di assistenza. Il macigno del federalismo fiscale e del rapporto Nord-Sud. Il rinnovo di contratti e convenzioni fermi da più di due anni. Le cifre complessive in gioco sono da brivido: le Regioni per il 2005 chiedono almeno 9 mld in più. Chissà che ne penserà il nuovo inquilino di via XX Settembre.
(5 luglio 2004)

Medici, la professione si tinge di "rosa"
 

Dottori d'Italia? No, in un tempo neppure tanto remoto ci si dovrà abituare alle "dottoresse d'Italia". Perché sono le donne il futuro della medicina italiana. Oggi sono il 32,3% degli iscritti alla Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo), ma già nel 2015 saranno il 43 per cento. E Nel giro di quindici anni saranno più della metà dei camici bianchi. Anche perché tra i laureati in medicina sono le donne ormai a spopolare. E sono le più brave: si laureano prima e con voti più alti dei colleghi maschi.

È un identikit in rosa quello che arriva dall'ultimissimo censimento dei medici d'Italia realizzato dalla Federazione degli Ordini. Una foto "al femminile", ma non solo. Perché dall'universo dei camici bianchi arrivano altri segnali. Non esattamente positivi per la categoria. I dottori in medicina continuano a crescere di numero: a fine 2003 erano 343.409, il 5% in più rispetto al precedente censimento del 2000. E 4.311 in più del dato rilevato appena otto mesi prima, in occasione delle elezioni dei consigli degli Ordini. Un'autentica esplosione di medici: dal 1985 al 2003 sono cresciuti del 31 per cento.

Più camici e, ovviamente, meno assistiti pro-capite: oggi c'è un medico ogni 167 abitanti. Rispetto al 2000 ogni dottore ha perso potenzialmente 7 assistiti. Con tutto ciò che ne potrà conseguire, anche sul piano dell'occupazione.

Scenario in rosa. Analizzando i numeri della Fnomceo, si scopre che tra le fasce d'età più giovani dei neo-iscritti c'è un boom di donne. Tra i 24 e i 34 anni superano i colleghi maschi e raggiungono il 58,39% dei dottori italiani. Diversa la situazione nelle fasce d'età più avanzate: tra 35 e 64 anni le donne sono il 19%, mentre gli uomini l'80,9 per cento. Dopo i 65 anni, gli uomini superano il 94%, mentre le donne sono il 6 per cento. A crescere, quindi, sono proprio le fasce di medici in servizio e presto le dottoresse rappresenteranno la maggioranza.

Per ora, comunque, la fascia d'età con il maggior numero di medici è quella tra i 45 e i 49 anni: 77.668 dottori, in maggioranza (51.149) uomini. Al secondo posto i medici tra 50 e 54 anni, sempre più uomini che donne, e al terzo posto la fascia tra 40 e 44 anni, dove però il rapporto uomini-donne comincia a riequilibrarsi: 29.678 dottori e 20.821 dottoresse.

La situazione Ocse. L'andamento al femminile è confermato anche dalle caratteristiche dei medici in servizio nell'Ocse: si va dal 32,6% di donne del Canada al 54% della Polonia. I maggiori Paesi Ue sono quasi tutti in questa fascia: in Germania e Regno Unito le dottoresse sono il 36,8%, in Francia il 37,2%, in Spagna il 40,4 per cento. L'Italia resta comunque il Paese che, in assoluto, insieme alla Grecia, registra il più elevato numero di medici ogni mille abitanti: 4,4 (in Grecia 4,5), rispetto a una media Ocse di 2,9. In Germania e Francia non si superano i 3,3 medici ogni mille abitanti e in Spagna i 2,9.

Le più "brave". Le future donne medico sono anche più brave negli studi universitari. Una recentissima indagine di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che verifica l'andamento degli studi, ha rilevato che tra i laureati in medicina nel 2003, le donne sono di più (54,2%), hanno un'età di laurea più bassa dei maschi (il loro iter di studi è, quindi, più veloce) e ottengono voti finali mediamente più alti di quasi tre punti. Chissà, magari ci cureranno meglio.
(5 luglio 2004)