Indagine Doxa sulla psichiatria: oltre la metà degli italiani boccia l'assistenza in Italia
 

Il 52% degli italiani boccia l'assistenza psichiatrica in Italia. Il 31% la promuove. E il 17% si dichiara poco informato sull'argomento. Il quadro poco confortante emerge dall'indagine Doxa su italiani e salute mentale, presentata oggi a Roma e condotta per telefono su un campione rappresentativo di mille uomini e donne con più di 15 anni, estratti casualmente dagli elenchi telefonici di tutte le province del Belpaese.

Il giudizio negativo è più forte al Sud (63%) e al Centro (54%) rispetto al Nord (42%). Ma quella degli italiani, dicono gli esperti, è una "conoscenza carente e spesso confusa: il grande pubblico non conosce i servizi disponibili sul territorio, non è in grado di elencare i principali disturbi psichici e cita il passaparola come fonte di informazione più utilizzata".

"Per questo nasce Mens-Insieme per la salute mentale - spiega Carmine Munizza, presidente della Societá italiana di psichiatria, intervenendo alla conferenza tenutasi oggi al ministero della Salute - un patto fra associazioni di familiari e societá scientifiche per superare i pregiudizi e promuovere la conoscenza, l'informazione e la ricerca. Il primo appuntamento è con un ciclo di conferenze in occasione dei 25 anni della legge 180, organizzate in tutte le regioni a partire dal 12 maggio".

Secondo la fotografia scattata dalla Doxa, il 92% degli intervistati sa che esistono diversi tipi di disturbi mentali, ma oltre un terzo non è in grado di indicarli. Stessa carenza di informazioni nella definizione dei sintomi. "Un livello di disinformazione quasi indifferenziato in tutti i gruppi del campione, in base a età e titolo di studio", commenta il presidente della Doxa, Ennio Salamon.

Fra le carenze che gli italiani indicanocon maggior frequenza figurano: l'insufficiente presenza territoriale
dei servizi, la scarsa attenzione per alcune patologie, il numero insufficiente di posti letto e di residenze per malati cronici. Un giudizio negativo che arriva da oltre la metà degli intervistati e stupisce Munizza.

"Oggi in Italia - ricorda - esistono 211 dipartimenti di salute mentale, in pratica uno in ogni Asl, con 30.711 operatori al 2001. Ma evidentemente c'è un serio problema di visibilità dei centri, pur così presenti sul territorio. Occorre spiegare alla gente e ai media come è fatta l'assistenza territoriale, con una seria campagna di comunicazione e informazione".

Anche perché gli italiani spesso giudicano solo un disagio patologie gravi e invalidanti come ansia, ossessioni e fobie e depressione. "Ma un quinto dei pazienti bipolari non trattati muore suicida e, secondo alcune casistiche, la mortalitá dell'anoressia non curata raggiunge il 20% - ricorda Mario Maj, presidente della Societá europea di psichiatria - Di queste patologie si parla troppo poco, e non stupisce che gli italiani abbiano le idee confuse".

La maggior parte degli intervistati ritiene che dai disturbi mentali si possa guarire, ma c'è confusione su chi
debba dare assistenza ai malati (per il 21% lo psichiatra, il 24%parla di non meglio precisati esperti, solo il 9,4% pensa al neurologo). Per il 77,4% del campione, comunque, la terapia più adatta abbina farmaci a colloqui.

Gli italiani sono divisi sull'uso degli psicofarmaci: il 31,8% attribuisce a queste pillole prevalentemente vantaggi, il 34,4% ritiene che siano utili ma abbiano anche svantaggi, il 24% è più preoccupato per questi ultimi. Tuttavia il 71% ritiene che l'uso prolungato di alcuni psicofarmaci dia dipendenza (il 29,5% ne è sicuro). "Occorre chiarire che gli antidepressivi e antipsicotici attualmente usati per trattamenti a lungo termine non danno dipendenza", sottolinea Giorgio Racagni, presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia.

Poi c'è il problema del silenzio e della vergogna. Il 67% degli intervistati ritiene che pochi accetterebbero di parlare di una malattia mentale che colpisce un parente al di fuori della famiglia. Percentuale che sale al 69% fra quanti hanno avuto esperienze di familiari con disturbi mentali, perché hanno provato il senso di isolamento e la discriminazione che queste malattie portano con sé. Per quanto riguarda le fonti di informazione, infine, dopo lo specialista (35,4%) si pensa ai medici di famiglia (29,1%).

Questi ultimi "potrebbero svolgere un ruolo importantissimo - dice Maria Luisa Zardini, presidente dell'Arap, associazione per la riforma dell'assistenza psichiatrica - perché sono i primi ai quali la famiglia si rivolge. Invece il corso di laurea in medicina dá scarse nozioni di psichiatria". Fra le prioritá del Progetto Mens, una ricerca nazionale sui servizi psichiatrici, la cui bozza è già stata presentata al ministro della Salute, "per modificare - dicono gli esperti - la sensazione che l'assistenza territoriale sia fallita".