La salute dell'Ue si misura in Italia

Nel mirino sarà da subito la "questione farmaceutica". Ma anche l'alimentazione e la qualità dei servizi, la prevenzione e la sicurezza. Le grandi sfide della libera circolazione dei pazienti e del personale sanitario stanno sullo sfondo della grande impresa di costruire l'Europa unita dell'assistenza sanitaria. Senza trascurare il tentativo di realizzare percorsi il più possibili uniformi per affrontare il problema numero uno per ogni Paese: il finanziamento della salute pubblica, a partire dall'assistenza agli anziani non autosufficienti.

Roma capitale della sanità Ue. Nell'anno dell'ampliamento e del cammino verso la nuova Costituzione europea, con la prossima presidenza italiana della Ue (luglio-dicembre 2003) Roma sarà in qualche modo per sei mesi la capitale europea della sanità pubblica e per questo si sta limando il programma che presto sottoporrà ai partner dell'Unione.

L'agenda del Governo e del ministro della Salute, Girolamo Sirchia - finora fatta soprattutto di princípi e di grandi temi sul tappeto - è già pronta. Articolata, da luglio a dicembre, in ben due Consigli dei ministri della Salute (a ottobre in Lussemburgo, a dicembre a Bruxelles), in sei mega-conferenze con due "grandi eventi" già evidenziati in rosso (a Roma il 10-11 luglio sui farmaci, a Milano il 5-6 settembre la conferenza informale dei ministri della Salute) e in altri otto appuntamenti, tra riunioni periodiche e comitati di settore.

Una maratona lunga un semestre che, sulla carta, si pone obiettivi politici ambiziosi, a cominciare dall'attuazione del recente programma di azione comunitaria nella sanità che, tra l'altro, finanzia programmi ad hoc con un bilancio di 312 milioni. Con prospettive che guardano oltre il semestre a guida italiana e con numerose tappe in vista, a cominciare dalla prima introduzione della "sanity card" nel 2004.

Farmaci, riforma in pista. È il primo appuntamento in agenda. Si parte subito, con la "due giorni" del 10-11 luglio di Roma incentrata sulla Conferenza del "G-10 Medicine". Obiettivo: costruire una nuova legislazione farmaceutica europea. L'attenzione si sposta poi a settembre, quando la riforma andrà in seconda lettura all'Europarlamento. Sul piatto gli aspetti industriali del mercato e della ricerca, ma anche quelli dell'accesso e della regolamentazione delle prestazioni. E con un occhio di riguardo per l'innovazione, con ogni probabilità anche verso i Paesi in via di sviluppo.

Non è un caso che il capitolo dei "generici" e dei "farmaci orfani" (per la malattie rare) siano altrettanti obiettivi. Anche se nell'agenda di Sirchia potrebbe spuntare l'iniziativa di un Fondo unico europeo - sul modello di quello proposto per l'Italia - cui le aziende farmaceutiche verseranno fondi per l'informazione scientifica ai medici controllata da un'Authority indipendente.

Qualità, formazione, eccellenza. Altro piatto forte sarà lo scambio di esperienze tra i Paesi Ue per promuovere la qualità dell'assistenza e l'integrazione dei centri di eccellenza, anche con un'attenzione particolare per l'Africa, e l'avvio di progetti specifici per la donazione e il trapianto di organi. C'è anche l'ambizioso programma di sostenere l'innovazione (telemedicina in testa) e la formazione continua in medicina, sempreché i singoli Paesi dispongano delle risorse necessarie per rinnovare strutture e tecnologie. Perché il vero ostacolo per tutti i Paesi europei è la sfida del finanziamento sostenibile.

La partita a scacchi sui mercati interni difficilmente potrà essere unificata. E occorre tener conto dei 10 nuovi ingressi nella Ue. La Sanità europea "unita", insomma, è ancora lontana.
(26 maggio 2003)

Roberto Turno (da Il Sole-24 Ore del Luned
ì)

Nuovi ingressi nell'Ue: all'Est, troppi medici e posti letto

La famiglia europea si allarga: tra meno di un anno altri dieci Paesi entreranno nella Ue. Dal 1° maggio 2004 oltre 105 milioni di nuovi cittadini e di pazienti avranno una tutela in più: quella di Bruxelles, che ha fatto della sanità, negli ultimi anni, una delle frontiere della nuova Europa che avanza.

Ma quanto sarà lunga e articolata l'integrazione di Paesi che nella maggioranza dei casi (otto su dieci) hanno già mutato pelle con la caduta dei regimi comunisti? L'eredità di quasi cinquant'anni di dirigismo ha infatti lasciato profondi segni nei servizi sanitari di Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia e Slovacchia. Ma anche, ovviamente, di Romania e Bulgaria, gli altri due Paesi in lista d'attesa per entrare nella Ue al più tardi dal 2007.

Troppi medici e posti letto. Discorso diverso quello per Cipro e Malta che, oltre ad avere una dimensione molto più ridotta (in due contano poco più di 1,1 milioni di abitanti), vengono da esperienze non troppo lontane da quelle dei Paesi già membri dell'Unione. Per chi viene dall'ex-blocco sovietico la difficoltà per mettersi in linea con l'Europa sarà invece doppia: non solo tecnologica e di risorse, ma anche di vera e propria riconversione strutturale. A cominciare dal numero dei posti letto negli ospedali, spesso il doppio della media Ue.

Un evidente retaggio, questo, del sistema sovietico che ne aveva disposti in eccesso. Il modello a cui molti si sono ispirati quando il muro di Berlino ancora era in piedi consisteva infatti in una rigida centralizzazione del sistema sanitario. Che ha puntato tutte le cure sull'ospedale, impiegando perciò un numero di medici senza eguali in Europa.

L'altro problema è quello delle risorse. Ai Paesi candidati sarà necessario più di uno sforzo per mettersi in linea con gli standard europei: oggi la Ue spende in media l'8% del Pil. Anche perché tra sviluppo economico e salute c'è un rapporto praticamente diretto.

Laddove lo sviluppo è debole e il tasso di disoccupazione è alto, come in Bulgaria, Romania, Estonia, Lituania e Lettonia, diversi indici sanitari risultano negativi. Questa è una delle cause che spiega gli alti tassi di mortalità: soprattutto malattie cardiovascolari e tumori risultano più diffusi rispetto alla media della Ue.

Anche la tubercolosi, più o meno debellata in Occidente, è ancora considerata una malattia "comune". L'Aids, raro fino a poco tempo fa, si sta diffondendo in modo preoccupante. Altre patologie, come le malattie respiratorie e quelle infettive, risultano però meno diffuse rispetto che tra i Quindici.

Nell'Europa centro-orientale, poi, la mortalità infantile è stata fortemente ridotta, mentre le nuove minacce per gli adolescenti sembrano essere - oltre al fenomeno delle ragazze-madri - fumo e alcolismo.

Durante gli anni 90 i Paesi candidati hanno inoltre promosso profonde riforme. Da un sistema di fatto monopolistico si è gradualmente passati al decentramento, a una maggiore efficienza nella gestione delle risorse e all'introduzione, quasi ovunque, di schemi assicurativi obbligatori, che però spesso non riescono a coprire l'intera popolazione.

Per le 10 "new-entry" della Ue sarà dunque decisivo migliorare l'assitenza sanitaria dei proprii cittadini. Pena lo "scotto" di pagare le cure dei propri assistiti in un altro dei Paesi Ue: la Corte di Giustizia europea, con una giurisprudenza sempre più ricca, obbliga infatti i Governi a rimborsare le spese mediche ai pazienti che - bisognosi di cure urgenti che non hanno trovato nel loro Paese - sono stati costretti a cercarsele nel resto d'Europa.
(26 maggio 2003)