Rassegna Stampa 12 Marzo 2004
DA IL SOLE24 ORE SANITA' DEL 10 MARZO 2004 Sirchia: si' a medicine non convenzionali purche' efficaci e innocue No a pregiudizi verso le medicine non convenzionali, che pero' devono rispondere a due principi fondamentali: efficacia e innocuita'. E' la presa di posizione del ministro della Salute, Girolamo Sirchia, intervenuto questo pomeriggio al convegno promosso da An sulla legge sulle medicine alternative. "Bisogna avvicinarsi a questa complessa serie di pratiche e conoscenze - ha detto Sirchia - senza pregiudizi, perche' non e' detto che la medicina sia solo quella convenzionale. Non si deve spalancare pero' la porta ad attivita' e culture che si richiamino a principi filosofici, ma non sono assolutamente assimilabili alla medicina. Quest' ultima richiede sempre una dimostrazione di efficacia e innocuita'". Secondo il ministro, agopuntura e chiropratica soddisfano questi criteri, ma non la pranoterapia. Per includere l'omeopatia fra le terapie convenzionali, precisa il ministro, "non basta che sia usata da milioni di persone, ne' sono sufficienti i sentito dire, anche se condivisi. Non fa male, ma esiste la prova che faccia bene? Auspico che siano avviati studi per dimostrarne l'innocuita' e l'efficacia". Infine, l'invito del ministro ai parlamentari e' quello di "mettere a punto una legge che si limiti a definire i principi, senza codificare i dettagli".

DA MINISTERO DELLA SALUTE DEL 10 MARZO 2004 Fecondazione assistita Adempimenti per centri e strutture Il Ministro della Salute Girolamo Sirchia ha comunicato alle Strutture e ai Centri che applicano tecniche di procreazione medicalmente assistita ed agli Assessorati alla sanita' delle Regioni e Province autonome che entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge 19 febbraio 2004 , dette Strutture e Centri devono trasmettere al Ministero della salute un elenco contenente l' indicazione numerica degli embrioni prodotti a seguito dell'applicazione di tecniche di procreazione medicalmente assistita nel periodo precedente la data di entrata in vigore della norma (vale a dire prima del 10 marzo 2004), nonche', nel rispetto delle vigenti disposizioni sulla salute della riservatezza dei dati personali, l' indicazione nominativa di coloro che hanno fatto ricorso alle tecniche medesime a seguito delle quali sono stati formati gli embrioni. Nel richiamare la disposizione all' inizio citata nonche' la sanzione prevista dal medesimo articolo in caso di violazione della stessa, nella nota del Ministro si precisa che le informazioni dovute: * possono essere fornite tanto su supporto cartaceo quanto su supporto magnetico; * devono, in ogni caso, essere accompagnate da una nota di trasmissione, a firma del responsabile, della Struttura o del Centro, nella quale siano precisati altresi' denominazione, indirizzo, numeri telefonici e telefax nonche' indirizzo di posta elettronica della Struttura o del Centro medesimi; * devono essere inviate in doppio plico, di cui quello interno (contenente le informazioni di cui trattasi) deve riportare l' indicazione del Centro o Struttura che trasmette e l'annotazione che il contenuto si riferisce ai dati richiesti ai sensi dell' articolo 17, comma 2, della legge 19 febbraio 2004, n.40, mentre quello esterno deve essere indirizzato al Ministero della salute, Direzione generale della prevenzione sanitaria, Ufficio VII, via Sierra Nevada, 60, 00144 - Roma

DA SALUTE EUROPA-NEWS DEL 10 MARZO 2004 Disponibile anche in Europa il primo inibitore della proteasi once-a-day Da oggi anche in Europa i pazienti HIV positivi hanno a disposizione una nuova opzione terapeutica: Atazanavir, il primo inibitore della proteasi once-a-day, ha infatti ottenuto dalla Commissione europea (EMEA) l' autorizzazione per la commercializzazione nell'Unione Europea. Associato a una piccola dose di ritonavir (un altro agente della stessa classe, che ne amplifica ulteriormente l' effetto), Atazanavir e' indicato in combinazione con altri agenti antiretrovirali per il trattamento dei pazienti sieropositivi gia' precedentemente trattati. Questi pazienti possono cosi' finalmente beneficiare di una terapia contenente un inibitore della proteasi senza piu' dover assumere un elevato numero di pillole nella giornata. Atazanavir in associazione a ritonavir ha dimostrato nei pazienti pretrattati un' efficacia antivirale paragonabile a quella di un regime contenente lopinavir/ritonavir, finora ritenuto il trattamento di riferimento per questi pazienti. Inoltre, rispetto alla terapia standard, Atazanavir/ritonavir ha mostrato un profilo lipidico piu' favorevole e ha determinato una minore incidenza di diarrea. E se gli studi per l' approvazione europea di atazanavir hanno coinvolto oltre 1.500 pazienti HIV positivi, negli Stati Uniti - dove il farmaco e' disponibile da giugno 2003 - sono ad oggi quasi 30 mila i pazienti che hanno utilizzato Atazanavir come parte di un regime di combinazione. A questi si aggiungono altri 7 mila pazienti che in tutto il mondo hanno ricevuto il nuovo inibitore della proteasi once-a-day all' interno di programmi di accesso allargato, che solo in Italia hanno raccolto l' adesione di circa 80 centri. Una mole di dati da cui emerge che i regimi contenenti Atazanavir, oltre a dimostrare un' efficacia paragonabile al trattamento standard, appaiono generalmente sicuri e ben tollerati. Anzi, negli studi sottoposti al parere dell' EMEA, i pazienti in trattamento con un regime contenente l' associazione lopinavir/ritonavir hanno sperimentato un aumento del 31% dei livelli dei trigliceridi, mentre i pazienti che seguono un regime contenente Atazanavir/ritonavir hanno fatto registrare una diminuzione del 2%. I livelli del colesterolo totale sono diminuiti dell' 8% nel gruppo assegnato al regime contenente Atazanavir/ritonavir mentre nel braccio contenente lopinavir/ ritonavir sono aumentati del 3%. La diarrea, uno dei maggiori problemi associati a questa classe di antiretrovirali, e' stata riportata con maggiore frequenza dai pazienti sottoposti a un regime contenente lopinavir/ritonavir (44%) rispetto a quelli che hanno ricevuto Atazanavir/ritonavir (17%). Invece, l'aumento della bilirubina, riscontrato nel 45% dei pazienti in terapia con Atazanavir/ritonavir non e' risultato associato a un aumentato rischio di danno epatico o a una maggiore probabilita' di interruzione del trattamento, nemmeno nei soggetti co-infettati con i virus dell'epatite B e C. "La disponibilita' di Atazanavir in Europa e' un altro fondamentale traguardo raggiunto dalla nostra compagnia nel suo lungo e ininterrotto impegno nella ricerca di terapie innovative per combattere l'Hiv. Riteniamo che Atazanavir migliorera' la qualita' di vita dei pazienti che gia' hanno sperimentato altri regimi antiretrovirali" ha dichiarato Beatrice Cazala, presidente di Bristol-Myers Squibb Europa, Medio Oriente e Africa.

DA AIDO NEWS DEL 10 MARZO 2004 IN 15 ANNI RADDOPPIATI I PAZIENTI IN DIALISI Sono l' ipertensione arteriosa e il diabete di tipo 2 i maggiori nemici dei nostri reni, che costringono circa di 10.000 persone ogni anno in Italia ad entrare in dialisi: come dire un paese di medie dimensioni che, per poter continuare a vivere, almeno tre volte alla settimana deve spostarsi in ospedale a purificare il proprio sangue per circa 4 ore. Attualmente si calcola siano complessivamente oltre 40.000 gli uomini e le donne in trattamento: praticamente il doppio dei pazienti in cura 15 anni fa e 7.000 in piu' rispetto al 1998. "Come la popolazione generale, anche la popolazione dialitica ha una prevalenza di persone anziane - ha affermato il prof. Francesco Locatelli, Direttore del Dipartimento di Nefrologia e Dialisi all' Ospedale "A. Manzoni" di Lecco e Presidente della Societa' Italiana di Nefrologia (SIN) - con una situazione clinica, specie cardiologica, cosi' compromessa che, spesso, pregiudica anche la possibilita' di trapianto". Da questi dati emerge un quadro preoccupante, che fa della malattia renale uno dei principali problemi di salute pubblica, destinato tra l' altro a crescere esponenzialmente con l'aumento della vita media. "Nell'arco di 10-15 anni - ha aggiunto - abbiamo assistito ad un radicale mutamento dell' andamento epidemiologico della patologia: se in precedenza il rapporto tra 20/40enni e ultra sessantacinquenni era di 1 a 1, oggi per ogni paziente giovane in cura ce ne sono 6 anziani. Sicuramente cio' e' dovuto, in larga misura, all' incremento dell' aspettativa di vita e quindi ad un' 'usura' fisiologica dell' organo, ma proprio per questo e' fondamentale intervenire in tempo, tenendo sotto controllo i principali fattori di rischio - ipertensione, sovrappeso e perdita di albumina nelle urine - impedendo cosi' che si instauri la malattia renale progressiva". Di patologie renali se ne e' parlato nei giorni scorsi al Centro Congressi Frentani a Roma, durante i lavori delle "Giornate nefrologiche romane", organizzate e presiedute dai proff. Giulio Alberto Cinotti e Francesco Pugliese della cattedra di Nefrologia della Sapienza di Roma, con il patrocinio della Societa' Italiana di Nefrologia. "Si tratta di un appuntamento di prestigio e di grande contenuto scientifico - ha spiegato il prof. Pugliese - Il tema della malattia renale viene affrontato sia sotto l' aspetto biomolecolare che clinico terapeutico, con relazioni di altissimo livello di illustri colleghi provenienti anche da altri Paesi". "L'unica possibilita' di arginare il fenomeno - ha proseguito il presidente della Societa' Italiana di Nefrologia - e' investire in prevenzione. Di malattie renali si parla purtroppo molto poco: per esempio non tutti sanno che le cause principali dei danni ai reni sono l' ipertensione e il diabete. Basterebbe cioe' monitorare la pressione arteriosa, il peso corporeo e controllare la perdita di albumina, tramite un banale esame delle urine, per accendere il campanello d'allarme e intervenire in tempo utile". L'aumento della pressione arteriosa e il diabete, quindi, non solo moltiplicano il rischio di infarto e ictus, ma possono sfociare in un danno ai reni da costringere alla dialisi. Un problema tra l'altro di proporzioni epidemiche, se si pensa che nel mondo sono 40 milioni i diabetici e gli ipertesi alle prese con l' insufficienza renale. "Fortunatamente il dato positivo - ha sottolineato Locatelli - e' che oggi non si tratta piu' di una condanna inevitabile: molti studi clinici dimostrano come curare in modo appropriato questi principali fattori di rischio, diminuisca sensibilmente il pericolo di arrivare alla dialisi. Vi sono molti farmaci efficaci e ben tollerati, tra questi gli ace-inibitori, gli antagonisti dei recettori dell'angiotensina II. Gli ace-inibitori si sono dimostrati efficaci nell' allontanare la necessita' di dialisi nelle malattie renali con importante perdita di proteine nelle urine e nel diabete tipo 1. Gli antagonisti del recettore dell' angiotensina II (irbesartan nello studio IDNT) hanno dimostrato la loro efficacia nell'allontanare la necessita' di dialisi nella nefropatia da diabete 2. "Due grandi studi clinici, che insieme confluiscono nella sigla PRIME (Program for Irbesartan Mortality and Morbidity Evaluations) - ha confermato il prof. Giacomo Deferrari, ordinario di Nefrologia e direttore del Dipartimento di Medicina Interna presso l' azienda ospedaliera universitaria 'San Martino" di Genova - hanno dimostrato che l'antagonista dei recettori dell'angiotensina II irbesartan e' in grado di abbassare la pressione e di allontanare lo spettro della dialisi e del trapianto. L'effetto favorevole di irbesartan non si limita a normalizzare la pressione, ma ha anche un effetto nefroprotettivo. Il farmaco e' efficace nel rallentare la progressione della nefropatia diabetica e questo effetto si osserva sia nei diabetici-ipertesi con funzione renale conservata, sia in quelli gia' portatori di insufficienza renale". Le patologie renali sono dunque sempre piu' di tipo vascolare: prevenire le malattie renali significa conservare anche la funzione del cuore. "Il nostro obiettivo - ha aggiunto Locatelli - e' di evitare le deriva degli Stati Uniti, a cui si stanno accodando la Germania e altri paesi europei, dove stili di vita sbagliati, un' alta percentuale di persone in sovrappeso o obese, fanno si' che il 50% dei malati di reni candidati alla dialisi sia diabetico e cardiopatico. Avere un cuore in ordine significa inoltre poter affrontare l'eventuale trapianto con minori rischi".

DA YAHOO! NOTIZIE DEL 10 MARZO 2004 Cervello: Scoperto Gene Chiave Di Sviluppo Cerebrale Seattle, 10 mar. (Adnkronos Salute) - Scoperto il gene chiave per il corretto sviluppo del cervello. A identificarlo i ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle, in Usa. Lo stesso gene, chiamato anche 'larva letale gigante 1' o Lgl1, sarebbe anche responsabile dell' insorgenza di alcune forme di tumore cerebrale nei bambini e si trova sul braccio corto del cromosoma 17. ''Il gene Lgl1 e' fondamentale nel dirigere il comportamento cellulare nel corso dello sviluppo del cervello nell' embrione'', spiega il coordinatore dello studio Valeri Vasioukhin su Genes Development. Inizialmente il Lgl1 era stato identificato nel moscerino della frutta dove regolava la proliferazione cellulare. Ma ora i ricercatori del centro Usa hanno scoperto che ha un' analoga funzione nel cervello dei mammiferi. Per verificarne il ruolo, i ricercatori hanno selezionato alcuni topi senza il gene, osservando che dopo 12,5 giorni di gestazione l'embrione mostrava gravi anomalie cerebrali, con idrocefalia e testa sproporzionata, e dopo sole 24 ore dalla nascita gli animali morivano. Dall'esame dei tessuti cerebrali i medici hanno verificato un' estensione della regione striata cerebrale e la formazione incontrollata di gruppi di cellule chiamate rosette. ''Una malformazione molto simile a quella che si osserva nei bambini affetti da medulloblastoma e da altre forme di tumori cerebrali infantili''. Dunque il gene Lgl1 sarebbe fondamentale nel controllare la polarita' apicale/basale delle cellule progenitrici neuronali e il corretto sviluppo e differenziazione in diverse, e piu' specializzate categorie di cellule.

DA ADN KRONOS SALUTE DEL 11 MARZO 2004 VAIOLO: SUCCESSO PER TEST SU SCIMMIE NUOVO VACCINO 'LEGGERO' Bethesda, 11 mar. (Adnkronos Salute) - Successo per i primi test su scimmie e topi del nuovo vaccino 'leggero' contro il vaiolo. Due studi statunitensi, pubblicati sulla rivista 'Nature', rivelano che il vaccino con il virus 'Ankara' modificato (MVA) riesce a stimolare le difese immunitarie contro il vaiolo senza i pericolosi effetti collaterali osservati con il vaccino antivaioloso 'classico', il Dryvax. Per i ricercatori, quindi, ci sono buone speranze di potere somministrare, in un prossimo futuro il vaccino 'light' alle persone per cui il vaccino Dryvax e' tossico o addirittura letale. Inoltre, un secondo studio sui topi, anch' esso coordinato da Bernard Moss del National Institute of Allergy and Infectious Diseases del National Institute of Health, indica che il MVA e' efficace e sicuro anche in animali affetti da diversi tipi di immunodeficienze. Un ulteriore risultato positivo che suggerisce come il MVA, a differenza del Dryvax, possa essere utilizzato anche in pazienti immunodepressi, per esempio a causa del virus Hiv o di trattamenti radio/chemioterapici.

DA CNR COMUNICATO DEL 11 MARZO 2004 Per i bambini allergici il Cnr consiglia il latte... d'asina Per composizione e' simile a quello materno e piu' gradevole per sapore di quello industriale. E' il latte d' asina, ideale per allattare i bambini allergici al latte di mucca. A dimostrarlo una ricerca condotta dall' Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Torino. Il latte bovino e' l' alimento che piu' di ogni altro determina allergie nei bambini. Per eliminare il problema e' sufficiente ricorrere (sempre sotto il controllo del pediatra o dell' allergologo) al latte di asina, come suggeriscono i ricercatori della sezione di Torino dell' Ispa, Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr, che ne stanno studiando le caratteristiche. "Questo prodotto risulta decisamente piu' gustoso di quello ottenuto attraverso il processo industriale di idrolisi delle proteine, a cui di solito devono ricorrere le mamme di bambini affetti da questo disturbo", sostiene Amedeo Conti dell'Ispa- Cnr. "Nel corso dei nostri studi, condotti con tecniche proteomiche e miranti a determinare gli allergeni del latte vaccino e a confrontarlo con altri tipi di latte", prosegue il ricercatore del Cnr, "abbiamo notato una notevole differenza nella composizione tra quello di mucca e quello di asina. Una differenza basata soprattutto sul contenuto di caseina e non di beta-lattoglobulina, proteina ritenuta erroneamente il principale responsabile dell'elevata allergenicita' di questo alimento. Cio' che probabilmente rende cosi' ben tollerato questo latte e' la sua grande somiglianza con quello umano". Il latte d'asina ha, inoltre, un contenuto di acidi grassi polinsaturi del tutto simile a quello materno ed e' molto ricco di lisozima, una proteina caratterizzata da elevata proprieta' antibatterica, in grado di proteggere il neonato da possibili patologie e che rende questo prodotto meno deperibile del latte di mucca. "Anche il rapporto calcio-fosforo e il contenuto proteico totale sono simili a quello umano", conclude Conti. La ricerca, che e' svolta in collaborazione con il dipartimento di Scienze pediatriche dell'ospedale S. Anna di Torino, oltre allo studio in laboratorio, prevede l' effettuazione di challenge test per valutare, attraverso la somministrazione dei due tipi di latte a bambini affetti di allergia, le reazioni di scatenamento.

DA XAGENA.IT NEWS DEL 11 MARZO 2004 Infarto Miocardico Acuto : Angioplastica primaria da preferire alla trombolisi Lo Studio DANAMI-2 ha aggiunto altra evidenza alla superiorita' dell' angioplastica d' emergenza nei confronti del trattamento fibrinolitico. Lo studio ha fornito dati cosi' evidenti che e' stato interrotto prima del tempo. L' angioplastica d' emergenza ha ridotto di quasi il 75% il rischio di re-infarto nell' arco di 30 giorni rispetto all'Alteplase ( protocollo accelerato ). Lo studio e' stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica The New England Journal of Medicine. In un editoriale che accompagna lo studio , Alice K Jacobs del Boston University Medical Center , afferma che " gli ospedali dovrebbero ora fornire l' angioplastica 24 ore al giorno , per 7 giorni su 7." In Italia i Centri che eseguono l'angioplastica d'emergenza sono ancora pochi. Una citta' italiana all'avanguardia nell'angioplastica d'emergenza e' Firenze. In base ai risultati del " Florence Acute Myocardial Infarction Registry " , uno studio pubblicato sull' European Heart Journal , l'intervento di angioplastica d'emergenza ha permesso di ridurre la mortalita' nei pazienti con infarto miocardico acuto con sopraslivellamento ST ( STEAMI ) del 44%. ( XagenaHeadlines2004 )

DA YAHOO! SALUTE NOTIZIE DEL 11 MARZO 2004 Nutrizione La dieta per la gotta La notizia. Mangiare molta carne rossa, particolarmente ricca di proteine, aumenta in modo significativo il rischio di ammalare di gotta, mentre un alto apporto giornaliero di latticini abbassa il numero di episodi dolorosi. E' il risultato di uno studio del Massachusetts General Hospital di Boston (USA), pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine. Approfondimento. La gotta e' una malattia cronica caratterizzata da infiammazioni a livello delle articolazioni, causate tutte da aumento di acido urico in circolo e precipitazione di cristalli di urato, principalmente a livello delle cartilagini articolari, ma anche a livello renale e delle vie urinarie. L' acido urico si libera con la trasformazione delle purine, che derivano dalla trasformazione delle proteine degli alimenti che ne sono particolarmente ricchi, come carni rosse, alcuni tipi di pesce e alcuni piatti particolarmente grassi. I sintomi dell' attacco di gotta sono caratterizzati da dolore acuto a livello delle articolazioni che si presenta attraverso crisi successive. Al malato si consigliano apposite terapie mediche, senza trascurare un appoggio dietetico di importanza rilevante, sia durante le crisi che anche durante gli intervalli di pieno benessere. La dieta deve essere povera di purine e in genere con un apporto proteico non eccessivo. Lo studio. Il gruppo di ricerca ha preso in considerazione i dati relativi a 47150 uomini che facevano parte dell' Health Professionals Follow-up Study, uno studio iniziato nel 1986 per valutare il peso dei fattori nutrizionali sulla salute dell' uomo, sottoponendoli a questionari riguardo alle loro abitudini alimentari. Dopo 12 anni i ricercatori hanno rilevato 730 nuovi casi di gotta. In particolare, il rischio di gotta aumenta del 41 per cento in quei pazienti che consumano molta carne, aumento che arriva al 51 per cento per quelli che consumano pesce ricco di purine, come sgombro e sardine. "Al contrario, il rischio di ammalare di gotta non aumenta mangiando quei vegetali che spesso sono sconsigliati a questi pazienti, tipo spinaci, carciofi, fagioli e piselli", ha commentato il coordinatore della ricerca, Hyon Choi. D'altra parte, chi fa un elevato consumo di latticini a basso contenuto di grassi sembra avere una riduzione del rischio di gotta pari al 44 per cento rispetto a chi ne consuma meno. In generale, la dieta si e' dimostrata il principale fattore di rischio per questa malattia, anche maggiore di ipertensione, sovrappeso, consumo di alcool o complicazioni renali, da sempre considerati elementi fondamentali nel determinare le crisi di gotta. Commenti. Come consigliano gli autori, "una dieta opportuna potrebbe avere un impatto determinante nel ridurre il numero degli episodi di gotta". Forse e' lo stesso consiglio di un vecchio detto anglosassone che dice: "per preservarvi dalla gotta, vivete con uno scellino al giorno e guadagnatevelo.". Bibliografia. Choi H, Atkinson K, Karlson E et al. Purine-rich foods, dairy and protein intake, and the risck of gout in men. N Eng J Med 2004;350:1093-103. simona lambertini

DA PFIZER ITALIA NOTIZIE DEL 11 MARZO 2004 La conta leucocitaria puo' "individuare" il rischio mortalita' Una conta dei globuli bianchi elevata nei pazienti coronaropatici potrebbe essere associata a un alto rischio di morte nel lungo termine. L' indicazione arriva dai ricercatori israeliani coordinati da Moti Haim del Rabin Medical Center di Petah Tikva che hanno pubblicato il loro studio su Archives of Internal Medicine. Monitorando 3090 pazienti coronaropatici, gli autori hanno riscontrato che coloro con una conta superiore a 7340/microlitro hanno il 47 per cento di rischio di morte in piu' rispetto a coloro con una conta inferiore a 5970/microlitro. In pratica, per ogni incremento di 1000/microlitro nella conta leucocitaria il rischio totale di mortalita' aumenta del 6 per cento.