30/03/2005 18.08
Ricettari a lettura ottica: entrata in vigore prorogata di un mese

Una nuova proroga sposta di un mese i termini per l'entrata in vigore dei nuovi ricettari medici per la prescrizione delle prestazioni sanitarie a carico del Servizio sanitario nazionale, cioè i farmaci di fascia A, le visite e gli esami specialistici, i ricoveri ospedalieri e le cure termali.

Il ragioniere generale delle Stato, Vittorio Grilli, ha inviato alle Regioni e alle Asl una lettera nella quale si sposta dal primo aprile al primo maggio l'introduzione dei nuovi moduli che non saranno più rossi ma verdi. Per questo mese le Regioni che hanno già provveduto a distribuire i nuovi ricettari e che si sono organizzate per tempo potranno cominciarli a usare ma solo da maggio è previsto l'utilizzo esclusivo dei nuovi documenti.

Lo spostamento dei termini arriva dopo numerose richieste da parte dei medici, a partire dal Sindacato nazionale autonomo medici italiani (Smani) che aveva chiesto ulteriore proroga di 60 giorni per l'introduzione del ricettario ottico perché, si legge in una nota, "molti medici di medicina generale hanno ancora scorte consistenti dei vecchi ricettari".

Lo spostamento dei termini permetterà di esaurire le scorte dei vecchi ricettari e risolvere alcuni problemi pratici legati alla compilazione dei ricettari ottici. "Si sta verificando quello che avevamo chiesto - ha spiegato il presidente della FnomCeO, Giuseppe Del Barone - ma ritengo che sarebbe stata necessaria da subito una proroga fino a giugno".

Fra le novità, oltre al diverso colore e alla lettura ottica nelle nuove ricette dovrà essere anche indicato il codice fiscale dell'assistito.

 

Nella Sanità un federalismo fai-da-te

Inaugurazioni di reparti ospedalieri, classica posa della prima pietra, tagli di nastri di nuove strutture, lancio di progetti avveniristici, promesse alle imprese di creare terreno fertile. E naturalmente un patto di ferro con gli elettori: «La vostra salute non la toccheremo, anzi».

Mai come di questi tempi, sotto elezioni, i governatori in prima persona si sono spesi in giro col chiodo fisso di auto-benedire le proprie politiche sanitarie. E non poteva essere diversamente, se è vero che la salute pubblica ipoteca mediamente il 65-70% dei bilanci locali. Un nervo scoperto, quello dell'assistenza sanitaria, per i governatori. Ed è infatti sulla Sanità - sui risultati degli ultimi cinque anni e sulle prospettive future - che si giocano carte decisive nella competizione elettorale del 3-4 aprile.

Cinque anni tempestosi hanno attraversato dal 2000 il pianeta Sanità. Con due diversi Governi centrali. Due patti di stabilità (Giarda e Tremonti) alle spalle e un terzo (Siniscalco) arrivato in porto solo tre giorni fa. Con due ministri alla Sanità-Salute (Veronesi e Sirchia) da interlocutori sanitari e tre ministri di Tesoro-Economia (Visco, Tremonti, Siniscalco) che sono stati i più insidiosi interlocutori dei governatori.

Cinque anni che hanno segnato il battesimo di un pre-federalismo imperfetto e conflittuale. Un federalismo che al test di un primo bilancio si rivela bifronte: da una parte l'aumento (positivo) della responsabilizzazione locale; dall'altra, la conferma di un gap vistosissimo Nord-Sud. Come se si trattasse di due Italie. La conferma, insomma, che l'eventuale devolution totale andrà maneggiata con le molle.

Spesa senza fine. Dal 2000 al 2005 i finanziamenti sono cresciuti in maniera esponenziale. Da 66,94 a 90,12 miliardi: 24 miliardi in più, con una crescita del 40% e un rapporto sul Pil che nel 2005 si attesterà al 6,3 per cento. Peccato che a fine anno i conti non sono mai tornati: il disavanzo totale (incluse le stime 2004-2005) è stato di quasi 17 miliardi. Ma al netto delle manovre regionali. E con differenze sostanziali: secondo stime dell'Economia nel 2004 dovrebbero vantare un bilancio in nero Lombardia, Veneto, Puglia e Calabria.

Manovre locali che sono state a loro volta di grande impatto. E anche fantasiose. Sono tornati i ticket (solo dove governa il Centro-destra); s'è usata a tappeto fin dove possibile l'arma delle addizionali; le esenzioni hanno subìto una stretta ma proprio recentemente c'è chi le ha allentate; qualcuno ha aperto le porte a cartolarizzazioni e a dismissioni (Lazio, Abruzzo, Molise, Umbria, Veneto, Sicilia, Campania); chi ha premiato i medici di famiglia risparmiosi; chi s'è adoperato in strette personali sui farmaci. Già, i farmaci: per nove volte in quattro anni al centro dei tagli del Governo.

Un fai-da-te in puro spirito federalista, insomma. A volte anche confuso. Ma che quanto meno ha dimostrato che tutti hanno capito che indietro - ripiani a piè di lista, incapacità al potere - non si torna più. Peccato che i conti non tornino mai. E peccato che di pari passo sia cresciuta la spesa sostenuta di tasca propria dagli italiani: si calcola che nel 2004 abbia toccato quota 24 miliardi. Segno della necessità di trovare altre fonti di finanziamento, pur restando nel solco di un Ssn universalistico.

Gli stessi disavanzi hanno fatto registrare valori assai difformi tra le Regioni. I valori procapite vedono la Campania al top, con Lazio e Abruzzo poco dietro. Inutile dire che è il Sud a far segnare le peggiori performance finanziarie. E sempre il Sud è all'avanguardia nella spesa farmaceutica: Lazio, Sicilia, Campania, Puglia e Sardegna sommano da sole il 97% dello sfondamento della spesa farmaceutica nel 2004.

Che uniformità, che qualità. È sul versante dell'uniformità delle prestazioni, e soprattutto sulla loro qualità, che si giocano i destini del sistema. Ma è possibile fare classifiche?

«La spesa del Ssn è in buona salute, ma nessuno può pesarne efficienza e qualità», mette in guardia Federico Spandonaro (responsabile del Ceis, centro di economia sanitaria dell'Università «Tor Vergata»). Mentre Americo Cicchetti (Laboratorio di economia sanitaria della «Cattolica» di Roma) propone: «Per l'equità serve un patto sociale condiviso».

Certo è che, stando all'aridità delle cifre, qualche classifica si potrebbe tentare. Un dato ci arriva dai valori della mobilità da una Regione all'altra: ogni anno sono 900mila gli italiani che si spostano da una Regione all'altra in cerca di cure. Ebbene, il saldo finale dice che Lombardia, Emilia e Toscana sono ai primi posti. Agli ultimi, Campania, Sicilia, Calabria e Basilicata.

E che dire degli interventi messi in cantiere per evitare i ricoveri impropri per quelle 43 prestazioni sanitarie individuate dalla Stato-Regioni, che meglio (e con meno costi) si potrebbero curare fuori dall'ospedale? Nel 2002 c'è stata una decisa inversione di rotta in tutta Italia con un maggiore ricorso al day hospital. Ma si va dai valori elevatissimi di Liguria (52,9%), Umbria (52,4%) ed Emilia Romagna (51,8%) allo scarsissimo ricovero in day hospital di Molise (13,8%), Puglia (22%) e Calabria (27,8%).

Federalismo a due facce. Due Italie, appunto. Che ritroviamo nell'offerta di servizi, non solo di quelli di eccellenza. E in quel mistero di dati sulle liste d'attesa, che è sofferenza aggiunta alla sofferenza. Un gap che in questi anni s'è solo in parte attenuato. E che però non deve far dimenticare i successi comunque raggiunti: il ridimensionamento della rete ospedaliera e lo sviluppo dell'assistenza territoriale che da un'incidenza sulla spesa del 46,6% nel 2000 ha raggiunto nel 2002 il 49,5 per cento.

«La riorganizzazione dei servizi anche per migliorare la qualità della spesa è un fatto reale. Il federalismo è ormai avviato e non si può più abbassare la guardia», afferma Laura Pellegrini (direttore dell'Assr, Agenzia per i servizi sanitari regionali). Risultati, ha detto lo stesso Sirchia, che sono stati raggiunti «da Nord a Sud, a destra e a sinistra». «Crescita della consapevolezza, risveglio istituzionale, focalizzazione sulla governance del sistema più che sulla aziendalizzazione: questi i risultati raggiunti nel semi-federalismo», è il giudizio di Carla Collicelli (vicedirettore del Censis).

D'altra parte il federalismo è di là da venire, ricorda Elio Borgonovi (Cergas-Bocconi): «Oggi è un federalismo incompiuto o zoppo e continuamente messo in discussione da provvedimenti centralistici. Processi istituzionali di questo tipo sono lenti per definizione: richiedono un cambiamento di logica amministrativa, di comportamenti politici, di cultura degli operatori e dell'intera opinione pubblica».

Ecco, la sfida è solo agli inizi. Per chi è governatore e per chi lo sarà

 

Ricerca: in Usa in cantiere la catalogazione di tutte le sequenze di Dna che caratterizzano i tumori

È ai blocchi di partenza un nuovo rivoluzionario progetto scientifico-medico: la catalogazione, sulla base della mappa del genoma umano, di tutte le sequenze di Dna anormali che caratterizzano i diversi tipi di tumore.

Il piano, sostenuto da una serie di premi Nobel nonché dalle principali agenzie sanitarie pubbliche americane, non ha ancora ricevuto finanziamenti definitivi e il dibattito sull'impalcatura del mega-studio è ancora aperto. Ma la direzione intrapresa sembra chiara.

Il nome dell'iniziativa è 'Human cancer genome project', e per la sua realizzazione occorreranno almeno 1,35 miliardi di dollari in nove anni. Il governo Usa si sta impegnando all'avvio del piano con lo stanziamento di fondi pilota. Le promesse postulate dall'attuazione dello studio sono immense: si tratta, secondo i sostenitori, di voltare pagina nell'approccio ai tumori. Una banca dati delle mutazioni genetiche coinvolte nello sviluppo di virtualmente ogni tipo di cancro potrà trasformare la prevenzione e le cure nei confronti di queste malattie. Tutti dati contenuti nella catalogazione verrebbero difatti messi liberamente a disposizione di ogni ricercatore, fornendo indizi preziosi su nuove modalità per diagnosticare e appunto trattare i tumori.

"Conoscere i difetti genetici a cui si attaccano i tumori per nascere e proliferare è come averne in mano i talloni d'Achille", ha osservato uno il fautore principale del progetto, Eric Lander, direttore del Broad  Institute, un laboratorio di ricerca affiliato al Mit e alle università di Cambridge e Harvard,

A sostenere l'avvio del piano sono stati anche: Francis Collins, direttore del National human genome research institute; il premio Nobel già direttore dell'Istituto nazionale della salute Usa, Harold Varmus; e Leland Hartwell a suo volta premio Nobel e presidente del Cancer research center di Seattle.

Dubbioso e critico invece Craig Venter, lo scienziato che diresse il progetto privato per la mappatura del genoma umano in competizione con quello federale

 

Infezioni ospedaliere: si fa ancora poco per prevenirle

Le infezioni ospedaliere sono una vera piaga nazionale, ma fino a ora poco è stato fatto negli ospedali italiani per prevenirle. A denunciarlo è il ministro della Salute Girolamo Sirchia rispondendo all'interrogazione dei deputati di An Agostino Ghiglia e Sandro Delmastro delle Vedove su alcuni pazienti infettati all'ospedale Molinette di Torino.

Secondo il ministro "non esistono misure che consentano di contrastare totalmente le infezioni". Ma è possibile "diminuirne le incidenze e la gravità" ricorrendo ad esempio a una maggiore igiene personale e ambientale, di pazienti e personale sanitario, e a una corretta gestione del paziente, arrivando, se necessario, anche al suo isolamento. Ma perché questo sia possibile, secondo Sirchia, occorre che venga istituito presso ogni ospedale un apposito Comitato che sia in grado di adottare e di coordinare tali misure.

Da una recente indagine dell'Istituto superiore di Sanità emerge invece che "solo il 50% dei 428 ospedali" censiti ha istituito questo Comitato.

I dati sulle infezioni che si possono contrarre in ospedale restano così allarmanti. Visto che colpiscono "dal 5 fino a più del 20% dei soggetti ospedalizzati". Una percentuale che cambia a seconda anche, spiega ancora il ministro, del reparto in cui si è ricoverati. "La più alta frequenza di infezioni ospedaliere - sottolinea infatti - si verifica nei reparti di terapia intensiva dove circolano anche batteri multiresistenti agli antibiotici". In Italia insomma, secondo i dati forniti dal ministro della Salute, "circa 500mila pazienti su 9 milioni e mezzo di ricoverati l'anno sono affetti da un'infezione contratta in ospedale". Il che significa che "tra il 5 e il 17% dei pazienti ospedalizzati si ammala ogni anno di un'infezione con una percentuale di mortalità del 3%". "Sono molto diffuse - spiega - setticemie, polmoniti, infezioni da catetere venoso centrale, infezioni urinarie e del sito chirurgico".

 

Tutto Sanita' Regione Puglia

Regione: finanziati altri 7 Piani sociali di zona
 

Regione: finanziati altri 7 Piani sociali di zona

Prosegue l’attività dei Comuni pugliesi nella definizione dei Piani sociali di zona, uno dei tasselli principali del Piano delle Politiche sociali approvato dalla Giunta regionale pugliese. Con una serie di atti dirigenziali del Settore Servizi sociali della Regione sono stati approvati i Piani sociali di zona di 7 ambiti territoriali: Corato (cui fanno capo anche i Comuni di Terlizzi e Ruvo di Puglia) con una prima trance di finanziamento di 930.601,61 euro; Mesagne (Cellino Sam Marco, Erchie, Latiano, San Donaci, San Pancrazio Salentino, San Pietro Vernotico, Torchiarolo, Torre Santa Susanna - 1.012.280,32 euro); Altamura (Gravina di Puglia, Poggiorsini, Santeramo in Colle - 1.389.127,69); Mafredonia (Monte Sant’Angelo e Mattinata - 825.917,53); Fasano (Costernino e Ostuni - 796.753,09); Troia (Accadia, Anzano di Puglia, Ascoli Satriano, Bovino, Candela, Castelluccio dei Sauri, Castelluccio Valmaggiore, Celle San Vito, Deliceto, Faeto, Monteleone di Puglia, Orsara di Puglia, Panni, Rocchetta Sant’Antonio, Sant’Agata di Puglia - 747.226,36); Canosa (Minervino Murge, Spianazzola, Canosa di Puglia - 574.219,68).