Ecm, poco aggiornamento in corsia

La formazione continua in medicina, o Ecm, costa troppo, le aziende sanitarie investono meno del dovuto e la qualità media degli eventi sul mercato lascia profondamente insoddisfatte sia aziende che gli operatori sanitari.
A passare al setaccio vizi e possibili virtù del Programma nazionale Ecm a due anni dall'avvio, è la ricerca realizzata dall'Istituto regionale lombardo di formazione per l'amministrazione pubblica (Iref) in collaborazione con le Università Liuc di Castellanza e San Raffaele di Milano.

Lo studio - finanziato dal Fondo sociale europeo, dalla Regione Lombardia e dal ministero del Lavoro - evidenzia tutti i limiti dell'attività Ecm oggi svolta dalle strutture del Ssn su un campione di cinque aziende, per 12.950 dipendenti.

I dati. La rilevazione mostra che, pur avendo migliorato le performance (in media 44,6 corsi da 18 ore ciascuna, contro i 36 da 17 del 2002), per le aziende è stato impossibile (tranne in un caso) riuscire a centrare il bersaglio dei 20 crediti a operatore fissati Commissione nazionale Ecm per il 2003, l'anno considerato. Con un budget da 1,31 miliardi (in media 226mila euro a struttura), ciascun operatore è riuscito a ottenere appena 12,5 crediti.

Il dato non sorprende: stando alla ricerca, per rispondere al fabbisogno teorico di formazione le cinque aziende campione avrebbero dovuto mettere assieme 10mila ore, ovvero 1.250 giornate di formazione da 8 ore ciascuna. Missione impossibile anche se avessero investito tutto il dovuto. Norme giuridiche e contrattuali prevedono infatti che il diritto all'aggiornamento continuo sia garantito da un fondo pari all'1% dei costi complessivi del personale: nel 2002 le aziende ospedaliere lombarde hanno destinato all'Ecm meno di 1/15 del budget teorico; nel 2003 le cinque aziende campione avrebbero dovuto spendere 200 euro a professionista, contro i circa 87 effettivamente sborsati.

Il mix delle scarsità lascia insoddisfatti per primi gli operatori, che nel 90% dei casi sperano di «migliorare le conoscenze specifiche relative alla propria professione tramite l'Ecm». E sullo scoglio Ecm si incagliano anche i rapporti tra direttori generali e uffici formazione: i manager credono nell'importanza della formazione ma hanno il pensiero fisso su costi ed economie di scala; i tecnici rivendicano un ruolo di consulenza a tutto campo e soprattutto un budget, per lavorare con cognizione di causa.

La ricetta di qualità. La questione della "cassa" - suggerisce la ricerca - va affrontata facendo massa critica, mettendo in comune risorse umane ed economiche, soprattutto per far fronte all'esigenza formativa delle categorie meno numerose di operatori.

Tra le possibilità additate al settore spunta anche il "fund rising" di comunità, ritenuto il miglior catalizzatore di risorse per un ospedale ancorato al territorio e dunque automaticamente indotto a riversare sulla comunità quanto ricevuto. Ma la chance più seria sta nella riorganizzazzione e nella validazione a fini Ecm di quel che le aziende già fanno: «Non siamo all'anno zero della formazione - spiega Antonio Scala, direttore della Scuola di direzione in sanità dell'Iref - e il patrimonio della formazione sul campo merita d'essere pienamente valorizzato».

Nel circolo virtuoso dell'Ecm meritano insomma di figurare a pieno titolo formule come l'audit clinico, la formazione "on the job", l'ospitalità a gettone a "maestri di specialità". Una cura di qualità e risparmio ritenuta dai ricercatori la più adatta per un pianeta che contempla tra i provider sperimentali accreditati «soggetti di scarso profilo e di scarsa esperienza nel settore».
(27 settembre 2004)

Sara Todaro (da Il Sole-24 Ore del Lunedì)