Sirchia: "Controlli sulle Regioni che sforano"


Anzitutto premette: qualsiasi decisione dev'essere ancora presa e verrà a maturazione solo dopo il necessario accordo col ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, e con le Regioni. Ma non mancano le idee sul "cosa fare" con la Finanziaria 2005: dall'intervento anche sostitutivo dello Stato nelle Regioni che spendono sopra le righe alla farmaceutica, dal patto di stabilità da rinnovare al rifinanziamento della spesa per l'assistenza sanitaria.

Di ritorno dalla missione a Pechino per gli accordi con la Repubblica Popolare cinese, il ministro della Salute, Girolamo Sirchia, illustra alcune delle ipotesi allo studio per la prossima manovra di finanza pubblica. E quanto agli accordi con la Cina, precisa: soltanto facendo «squadra» l'intero universo della sanità italiana potrà esportare con successo il suo know how.

Ministro Sirchia, si avvicina la Finanziaria 2005. Cosa c'è da attendersi per la sanità?
Presto ne parleremo con Siniscalco e con le Regioni e metteremo a punto insieme qualsiasi intervento. Certo, c'è il patto di stabilità sanitario, che scade a fine anno, da rinnovare. E serviranno più finanziamenti, anche per contratti e convenzioni. La Finanziaria non la scrivo io, la scriviamo tutti insieme. Ma ho intenzione di essere molto propositivo e tenace.

Può fare qualche esempio? Proprio il rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale è uno dei nodi cruciali vista la strategia di contenimento della spesa indicata dal ministro dell'Economia.
Il rifinanziamento del Fsn è sicuro, ma vedremo in seguito come realizzarlo ed entro quali disponibilità. L'aumento delle risorse non potrà però avvenire "alla cieca". Va applicata la strategia dell'accordo di Cernobbio con le Regioni. Perché non si può pagare l'inappropriatezza o i mancati controlli. Ci sono cinque Regioni che sfondano e sulle quali c'è qualcosa da fare (Lazio, Calabria, Campania, Sicilia e Sardegna, ndr). La mia idea, che verificherò con le Regioni, è di poter applicare, a un certo punto, i controlli governativi con una sorta di poteri sostitutivi concordati insieme. Non immagino alcun atto punitivo, ma un intervento nel loro stesso interesse. Per poter prendere da Roma quegli interventi che localmente non si è in grado di assumere.

Si dirà subito: ecco, torna lo Stato padrone...
Assolutamente no. Sarebbe piuttosto, se troveremo un accordo, un affiancamento. E non per vanificare il federalismo. Tutt'altro: un federalismo che non sa resistere agli interessi locali, è un disastro. Per questo penso alla possibilità di recuperare insieme la capacità locale di cambiare.

Anche la farmaceutica è all'ordine del giorno?
Vedremo come va la spesa e le proiezioni per tutto l'anno. Certo che sull'informazione scientifica c'è ancora molto da fare: penso alla pressione commerciale, a una falsa o eccessiva attività pseudo scientifica, alla "co-promotion" che regoleremo durissimamente. L'Italia non deve essere per le multinazionali un semplice punto di vendita dove, con qualche eccezione, si smantellano i centri di ricerca e di produzione. Se credono di fare i furbi, con la Finanziaria chiuderemo le saracinesche. Si può pensare anche al prezzo di riferimento per alcune categorie terapeutiche. Vedremo. Quel che è certo è che non possiamo andare in bancarotta. I certificati complementari di protezione dei brevetti, invece, non è il caso di toccarli: danneggeremmo le industrie italiane.

Proprio la farmaceutica è stato uno dei piatti forti della missione in Cina. Con uno sguardo rivolto soprattutto alle industrie italiane.
Io, come ministro di questo Governo, ho il dovere di fare una politica per l'industria italiana. E questo è stato il senso degli accordi con la Cina, come ci aveva sollecitati il presidente del Consiglio. Con una strategia di squadra: le industrie col mondo della ricerca e l'università, con le grandi capacità del Ssn. Capacità che il Governo cinese ci ha riconosciuto. La lettera che il vice premier cinese e ministro ad interim della Sanità, la signora Wu Yi, mi ha scritto in risposta alla nostra proposta, rappresenta in sostanza già un accordo sulla farmaceutica. E per l'industria italiana, ma non solo quella, possono aprirsi nuove opportunità. Abbandonando l'errore di rinchiudersi nel mercato interno, pensando solo a piazzare a carico dello Stato i propri farmaci. Ma ignorando che ci sono altri mercati, senza i quali non si può crescere.

Insomma l'Italia della salute, e non solo l'industria, tenta lo sbarco in Cina. Ma non arriva troppo tardi?
Con la missione in Cina abbiamo gettato le basi per un lavoro comune di partnership e di scambio di utilità e di informazioni anche sul piano della prevenzione dalle grandi epidemie, assolutamente alla pari e senza intenzioni di "colonizzazione" come magari altri hanno pensato di fare. E questo i cinesi hanno mostrato di apprezzarlo. È un fatto importantissimo. E non credo che siamo arrivati in ritardo. Certo, le grandi multinazionali sono arrivate prima di noi. Ma in Cina esistono spazi enormi e un mercato dalle potenzialità immense, dove possiamo recitare un ruolo importante.


Federfarma: spesa farmaceutica in aumento,+10,5% rispetto allo scorso anno

La spesa pubblica in farmaci continua ad aumentare raggiungendo un +10,5% rispetto allo scorso anno: lo dimostrano i dati definitivi della spesa farmaceutica pubblica nei primi sette mesi dell'anno presentati oggi, come di consueto, dai farmacisti italiani della Federfarma.

I recenti provvedimenti di giugno non invertono significativamente la tendenza: nel primo trimestre la crescita è stata dell'8,1%, in aprile e maggio è stata rispettivamente del 16,4% e del 10,3% in giugno e luglio mediamente dell'11,2%, nonostante dal 25 giugno sia attivo l'abbattimento del prezzo del 4,12% imposto all'industria dal Governo, che i farmacisti avevano subito spiegato essere insufficiente. Incrementi eccezionali di spesa si registrano in vari settori cruciali, dai farmaci ipocolesterolemizzanti (omega3: +52%) ai cardiovascolari (statine: +34%), dai farmaci per l'apparato muscoloscheletrico (antinfiammatori, coxib: +23%) ai farmaci per l'apparato gastrointestinale (inibitori di pompa: +25%).

In molti casi, osservano i farmacisti, l'incremento della spesa deriva dal concentrarsi delle prescrizioni su farmaci di altissimo prezzo, in parte sicuramente non giustificato da una reale innovazione e da una particolare valenza terapeutica: l'industria farmaceutica reagisce alla pur modesta contrazione dei prezzi impostale dal Governo con lo spostamento verso farmaci basati su modifiche marginali dei principi attivi, con il risultato di ottenere maggiori ricavi per sè e un forte allungamento della copertura del brevetto.

Inoltre emerge la preoccupante tendenza a prescrivere farmaci davvero innovativi ma costosissimi anche per patologie per le quali sono efficaci molti farmaci di uso consolidato (e perciò anche più sicuri) ma che hanno un costo molto più basso. Per evitare un ulteriore aggravamento del deficit dello Stato, specie in previsione del 2005, i farmacisti italiani ritengono indispensabile che la nuova Agenzia italiana del farmaco riveda in senso molto più restrittivo i criteri di formazione del prezzo all'interno delle varie categorie omogenee di farmaci. Ciò significa rendere rimborsabile dallo Stato solo il prezzo più basso all'interno di categorie omogenee (mentre oggi si notano differenze di oltre il 35% a parità di efficacia terapeutica). Necessario, inoltre, favorire un massiccio sviluppo dei farmaci generici; attivare un meccanismo puntuale di controllo della spesa farmaceutica confezione per confezione, medico per medico, paziente per paziente, in grado di consentire l'immediata individuazione di tutte le anomalie; sviluppare immediatamente un'informazione pubblica e indipendente, non più affidata solo alle imprese farmaceutiche, circa le caratteristiche, i vantaggi, i rischi, i costi di tutti i farmaci appartenenti alla medesima categoria (anche con la collaborazione tra le organizzazioni dei farmacisti e quelle dei medici di medicina generale e degli specialisti).

Anche la spesa farmaceutica delle famiglie sta crescendo in modo assai preoccupante, dando un contributo negativo al tenore di vita degli italiani. Ciò richiede interventi nell'area dei farmaci a totale carico del cittadino: un tema su cui i farmacisti italiani stanno preparando alcune semplici proposte.


Medici&Co: le trattative entrano nel vivo

Medici e dirigenti del Ssn alla resa dei conti. Dopodomani, mercoledì, entrano nel vivo le trattative per il rinnovo del contratto dei 136mila dirigenti dipendenti di Asl e ospedali. I costi degli aumenti sono di circa 600 milioni (+ 5,66% per il biennio 2002-2003), oneri sociali compresi, e in busta paga i professionisti troveranno in media 279 euro mensili lordi in più.

Venerdì, invece, tocca a medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti delle Asl: 85mila operatori pronti a lottare per difendere buste paga, organizzazione "nazionale" del lavoro e universalità del Ssn contro una devolution troppo spinta. Tanto che i generalisti hanno già proclamato a partire da fine settembre una maxi-tornata di 16 giorni di sciopero se non arriveranno novità positive dalle trattative. Per loro gli aumenti riguardano il triennio 2001-2003 e sono di circa 250 milioni (in media 233 euro mensili lordi).

Più soldi non ce ne sono. Nonostante la richiesta di tutti di trattare anche il recupero dell'inflazione reale fino al 2003 e gli aumenti inflativi 2004-2005. Si tratterebbe di reperire altri 650 milioni circa: una missione impossibile, almeno per ora, vista la condizione delle casse di Governo e Regioni. Unica chanche è che i Governatori concedano anche ai medici quello 0,32% in più di aumenti locali già previsto per il contratto del personale non dirigente: circa 40 milioni di euro su cui, comunque, sarà necessario trattare.
Più dura la partita sul fronte normativo. E i sindacati hanno già annunciato una trattativa «lunga e difficile».

Dipendenti. Le Regioni chiedono maggiore flessibilità nell'orario di lavoro extra-istituzionale e una serie di vincoli sulla libera professione che garantiscano prima l'esaurimento delle liste d'attesa, poi l'interesse personale del singolo professionista. E dopo l'introduzione della reversibilità dell'opzione per l'esclusiva di lavoro con la legge 138/2004, chiedono anche la certezza contrattuale che i primari garantiscano le ore istituzionali di lavoro necessarie allo svolgimento del loro incarico.

I sindacati, da parte loro, sono pronti a mettere sul piatto precise richieste: nessuno tocchi né dal punto di vista economico, né organizzativo l'indennità di esclusiva (in media circa 750 euro lordi mensili procapite). Dal punto di vista economico poi, chiedono che il loro tabellare (la parte fissa delle retribuzione) venga equiparato a quello della dirigenza di Stato ed Enti locali. I medici Ssn vorrebbero, infine, l'istituzione di un fondo previdenziale integrativo contrattuale e maggiore tutela assicurativa per i rischi professionali.

Convenzionati. Dopo le prime proposte, tutte bocciate dai sindacati, le Regioni hanno messo a punto una serie di nuove richeste che venerdì saranno illustrate ai sindacati. Tra le principali, la definizione del rapporto di lavoro che da «autonomo, continuativo e coordinato» (privatizzato, cioè) diverrebbe «parasubordinato».
Altro capitolo, tra i tanti, è quello della continuità dell'assistenza e delle nuove forme di organizzazione del lavoro.

La proposta fa riferimento alle forme associative dei medici per garantire la continuità assistenziale in raccordo con le centrali operative per l'emergenza. In questo ambito dovranno inserirsi le possibili sperimentazioni di nuove forme di associazione, tra cui le Unità territoriali di assistenza primaria, proposte dal ministero e bocciate dalla maggior parte dei medici.

Tra le ipotesi in campo, c'è quella di vincoli più rigidi alla libera professione oltre l'orario di studio. Finora, in base al vigente accordo nazionale, ai medici di base erano concesse quella "occasionale" (prestata cioè occasionalmente al cittadino dietro sua richiesta) e quella "strutturata" (espletata in forma organizzata e continuata con un impegno orario settimanale definito e dopo apposita comunicazione alla Asl). Adesso le Regioni potrebbero proporre di cancellare la libera professione occasionale (a esclusione di quella verso pazienti eccezionalmente presenti fuori dal proprio Comune di residenza) e di concedere quella strutturata solo ai medici con meno di 1.200 assistiti.

Modifiche all'orizzonte anche per l'orario di apertura degli studi: dovranno essere a disposizione dei pazienti dal lunedì al venerdì con apertura per almeno due pomeriggi la settimana (oltre la mattina) e un tempo di almeno un'ora ogni cento assistiti. Dei chiarimenti chiesti dai sindacati sulla distribuzione degli aumenti e sul peso delle parti fisse e variabili della retribuzione invece, non c'è per ora nessun accenno. Ma la partita economica è tra gli ultimi capitoli delle trattative e, quindi, non resta che attendere.


Riabilitazione, e la vita dei pazienti infartuati si allunga

Seguire un periodo di riabilitazione guidato dai consigli di medici e infermiere allunga la vita dei pazienti che hanno sofferto un infarto e previene il manifestarsi di un secondo attacco cardiaco: a scoprire l'effetto decisivo e tangibile sulla salute dei malati di questi programmi, offerti da molti ospedali Usa, è un nuovo studio americano.

La ricerca della prestigiosa Mayo clinic ha preso in esame più di 1.800 infartuati del Minnesota: tra il 1982 ed il 1988 il 55% di loro ha partecipato consistentemente ai programmi riabilitativi. Questi protocolli consistono in molte settimane di esercizio fisico sotto supervisione medica, in incontri con specialisti in cui vengono spiegate le diete da seguire, i farmaci da prendere e vengono discusse tutte le abitudini di vita che i pazienti devono modificare.

I benefici della riabilitazioni sono risultati sorprendenti ecco i dati: durante i tre anni successivi all'infarto solo il 5% dei pazienti che hanno seguito la riabilitazione è morto. Questa percentuale si impenna al 26% tra chi non lo ha fatto.


Ciclosporina riduce casi di epatite C nei trapiantati di fegato
 

Studi in vitro con il principio attivo ciclosporina, l'immunosoppressore più utilizzato al mondo per i trapianti d'organo, hanno dimostrato effetti antivirali della molecola contro il virus del'epatite C (Hcv). Le ricerche, presentate durante il XX congresso internazionale della Società dei trapianti in corso a Vienna, aprono la strada, secondo gli esperti, a nuovi studi sui vantaggi di tale molecola per i pazienti che hanno subito un trapianto di fegato.

L'epatite C è causa del 40% dei trapianti di fegato, dovuti appunto all'insufficienza epatica determinata dalla malattia. Nei pazienti che hanno subito il trapianto a causa di questo virus, la malattia può ripresentarsi e nell'80-90% dei casi genera un danno all'organo trapiantato. Gli studi presentati a Vienna dimostrano, a questo proposito, che la somministrazione di ciclosporina nei pazienti con trapianti di fegato potrebbe portare un duplice beneficio: l'immunosoppressione contro il rigetto d'organo e la soppressione della replicazione del virus dell'epatite C. I risultati presentati al congresso derivano da diversi studi sulla replicazione dell'Hcv, sia in modelli in vitro sia in alcuni studi clinici, che aprono la strada a ricerche su più vasta scala.

I ricercatori hanno inoltre dimostrato come i pazienti Hcv positivi trattati con ciclosporina abbiano registrato un'incidenza sensibilmente minore di decessi o perdita d'organo a sei mesi rispetto a gruppi di pazienti sottoposti ad altri tipi di trattamenti. L'epatite C è una malattia diffusa, che colpisce circa il 3% della popolazione mondiale. Si stima che almeno 170 milioni di pazienti al mondo siano portatori cronici e gli esperti parlano di una vera e propria epidemia silenziosa poiché, nella metà dei casi, non si segnalano sintomi evidenti. Solo in Europa si contano 9 milioni di portatori cronici di Hcv. In Italia, invece, i pazienti con epatite C sono 2 milioni, con un'incidenza diversa a seconda delle zone: si stima che la malattia si attesti attorno al 3,2% nelle regioni settentrionali, all'8,4% nel'Italia centrale e al 12,6% nelle regioni del Sud. Attualmente, l'epatite C è la principale causa di trapianto di fegato in Europa e negli Stati Uniti. In Italia, nel 2003, i pazienti che hanno subito un trapianto di fegato sono stati 867 e quelli attualmente in attesa sono circa 1.300