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LIBERALIZZAZIONI. Adusbef e Federconsumatori: "Approvare subito decreto e ddl class action" 25/07/2006 - 16:26 Secondo le due associazioni il decreto Bersani contiene provvedimenti di "buon senso" e di saggezza che porteranno miglioramenti delle condizioni dei servizi nel nostro paese e possibili risparmi per le famiglie di almeno 1.000 Euro all'anno. LIBERALIZZAZIONI. Le novità introdotte dall'emendamento al decreto "Una accelerazione dei tempi di approvazione del decreto Bersani". E' quanto chiedono Adusbef e Federconsumatori in occasione del dibattito che si sta svolgendo nell'aula del Senato sulla fiducia posta dal governo al decreto legge sulla manovra e che vedranno stasera alle 21.30 l'inizio delle dichiarazioni di voto e il voto a cominciare dalle 23. Le associazioni inoltre sottolineano come la norma porterà a "miglioramenti delle condizioni dei servizi nel nostro paese e possibili risparmi per le famiglie di almeno 1.000 Euro all'anno". I consumatori allo stesso tempo condannano le forme di sciopero che violano le regole e le norme previste nel settore ed annunciano denunce alle autorità preposte. Per Adusbef e Federconsumatori è "Incomprensibile l'atteggiamento di una opposizione che si è sempre definita liberal-liberista che non solo dovrebbe appoggiare incondizionatamente l'attuale decreto ma che addirittura lo avrebbe dovuto promulgare essa stessa i primi giorni del passato governo di centro destra. Continuiamo a chiederci se vi sia un senso dire che migliorare il servizio taxi sia un problema di destra o di sinistra". Per questo è importante per le due associazioni accompagnare l'approvazione del decreto con quella del disegno di legge della "class-action o azione collettiva quale strumento di legge che potrà meglio difendere i consumatori e portare il mercato a livelli superiori di trasparenza e di chiarezza agendo come deterrente ad eventuali azioni scorrette da parte delle imprese". 2006 - redattore: SB
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ANITÀ / Ma la media regionale supera il 10%. I prodotti equivalenti a quelli più noti costano almeno il 20% in meno L'Asl: nel Comasco i medicinali non di marca vicini a quota 7% I farmaci generici sembrano prendere piede anche tra i comaschi. Il consumo dei medicinali per così dire 'non griffati', in vendita dal settembre del 2001, ha registrato un incremento significativo nel 2005, anche se la media rimane al di sotto di quella di gran parte della Lombardia. La vendita delle confezioni che riportano soltanto il principio attivo dei prodotti resta nettamente minoritaria rispetto a quella degli stessi medicinali di marca, ma i cittadini lariani, secondo i dati raccolti dagli esperti dell'Asl, mostrano una minore diffidenza verso questi farmaci. «Dal confronto dei primi nove mesi dell'anno 2005 rispetto al 2004 - si legge in un rapporto messo a punto dagli esperti del Servizio Assistenza Farmaceutica di via Pessina - emerge che la spesa sostenuta dall'Asl della provincia per i farmaci equivalenti, rispetto alla spesa farmaceutica totale, risulta aumentata da 1,88% nell'anno 2004 a 2,88% nell'anno 2005, pari a una crescita dell'1%, a dimostrazione di una maggiore prescrizione dei farmaci equivalenti». Tradotto in soldi, significa che la spesa per i medicinali generici è passata da poco più di un milione e 600mila euro nei primi 9 mesi del 2004 a quasi 2 milioni e mezzo nello stesso periodo dell'anno scorso. Il numero di confezioni vendute è passato da 4,93% nell'anno 2004 a 6,87% nell'anno 2005, ovvero da 300.536 a 420.733 scatole di prodotti non di marca acquistati nelle farmacie del territorio lariano. Nonostante l'aumento delle prescrizioni di generici, il dato dell'Asl di Como resta inferiore a quello della Lombardia, dove la spesa per i medicinali non di marca ha raggiunto nel 2005 il 10,4% del totale del costo sostenuto per la spesa farmaceutica. È bene ricordare che, qualora il paziente chieda comunque di avere un prodotto di marca nonostante esista un prodotto generico del tutto analogo, la differenza di prezzo è a carico del cliente stesso. «Il farmaco equivalente - spiegano ancora gli esperti dell'Asl - rispetto alla specialità medicinale ha un costo almeno del 20% inferiore rispetto al farmaco di marca. Questo perché i farmaci equivalenti contengono principi attivi non coperti da brevetto, quindi le ditte produttrici devono sostenerne solo le spese di produzione e non quelle per la ricerca. Medici di medicina generale e farmacisti sono tenuti a suggerire questi prodotti in sostituzione di altri più costosi ogni volta che ci sia la possibilità». In altri Paesi europei, tra l'altro, dove la vendita dei generici è scattata in anticipo, questi prodotti rappresentano una fetta considerevole del mercato, mentre la media della nostra Penisola si è attestata nel 2005 attorno al 2%. «La prescrizione di farmaci equivalenti consente un risparmio di risorse - concludono gli esperti - in quanto, a parità di efficacia terapeutica, questi farmaci hanno un costo inferiore rispetto alle specialità medicinali da cui derivano».
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Errori legati ai farmaci: il rapporto dell’Institute of Medicine Gli errori associati all’uso dei farmaci colpiscono ogni anno almeno 1.5 milioni di cittadini negli Stati Uniti, per un costo annuo superiore ai 3.5 miliardi di dollari. Lo studio è stato compiuto dall’IOM ( Institute of Medicine ) delle National Academies. Nel rapporto Preventing Medication Errors, l’IOM raccomanda una serie di azioni, tra queste quella di coinvolgere maggiormente il paziente riguardo alla propria salute. La ricerca ha evidenziato che almeno 7000 statunitensi ogni anno muoiono per un errore legato ai farmaci. Il rapporto dell’IOM suggerisce che il National Library of Medicine dovrebbe predisporre informazioni sui farmaci, disponibili online. Molti dei danni da farmaci possono essere prevenuti. I medici, ma anche i pazienti, dovrebbero conoscere le interazioni farmacologiche, le controindicazioni e le precauzioni nell’uso dei farmaci. Fonte: Institute of Medicine, 2006 Xagena_2006
 Lo scorso 20 gennaio un medico di famiglia di Ghent ha praticato l'eutanasia su un paziente di 87 anni affetto da demenza nonostante la legge proibisca tale pratica su pazienti non consenzienti (mentre in Belgio e' consentita l'eutanasia su pazienti coscienti e consenzienti dal 2002). Il medico, Marc Cosyns, ha reso pubblica la vicenda con un articolo sulla rivista De Huisards per sostenere le iniziative volte ad allargare l'ambito dell'eutanasia legale anche ai pazienti con demenza.
La donna deceduta aveva detto al marito molti anni fa che avrebbe preferito morire piuttosto che soffrire di demenza. Lo stesso medico ha scritto che la paziente gli aveva espresso il desiderio di morire durante uno dei suoi ultimi attimi di lucidita'. La paziente, sempre da quanto riferisce il medico, ha bevuto una sostanza letale autonomamente, senza l'aiuto di nessuno, pertanto non si tratterebbe di un caso di eutanasia.
Gian Domenico Borasio dirige il centro interdisciplinare di Medicina palliativa all’Universita’ di Monaco di Baviera; Susanne Schaefer lo ha intervistato per la Sueddeutsche Zeitung.
Com’e’ che la medicina palliativa presta aiuto alle persone prossime a morire?
Medicina palliativa significa, in parte, mitigare le sofferenze e i sintomi gravosi come l’insufficienza respiratoria. Ma non basta occuparsi dei dolori del corpo. L’altra parte del nostro lavoro consiste nell’accompagnamento psico-sociale e spirituale. Spesso, per i moribondi la maggiore preoccupazione non e’ come moriranno, ma cosa succedera’ dopo alle loro famiglie. Quindi noi aiutiamo i malati occupandoci dei loro parenti.
Quanto sono state sfruttate finora le opportunita’ della medicina palliativa?
Negli ultimi anni in Germania e’ progredita molto. Pero’ e’ nella ricerca che dobbiamo recuperare. Per esempio, l’insufficienza respiratoria, che affligge tanti moribondi e scatena il panico, non e’ stata ancora ben studiata. E anche quello che gia’ conosciamo non e’ utilizzato al meglio. C’e’ poi l’immotivata paura di tanti medici nei confronti della morfina. Oppure capita che ai malati in avanzato stato di demenza venga inserita una sonda nello stomaco benche’ sia stato ampiamente dimostrato come un simile intervento non allunghi la vita ne’ migliori la sua qualita’. Qualche volta un rimedio volto ad alleviare la sofferenza si trasforma nel suo opposto. Se a un moribondo si iniettano litri d’acqua nelle vene nonostante che l’organismo in fase terminale non consumi quasi piu’ acqua, il liquido puo’ accumularsi nei polmoni e provocare un’insufficienza respiratoria.
Da dove viene l’incertezza?
In medicina prevale la cultura del fare. Pensiamo sempre di dover fare qualcosa se vogliamo adempiere al nostro compito. Molti medici sono poi insicuri riguardo alla loro posizione giuridica, per cui magari inseriscono un sondino nello stomaco del malato solo per il timore di conseguenze legali. I sondaggi mostrano che il 60% dei medici confessa di temere conseguenze giuridiche qualora dovessero interrompere le cure che mantengono in vita il paziente. In realta’, se un medico lascia che la malattia allo stadio terminale faccia il suo corso senza agire per prolungare l’agonia, non solo non e’ punibile, ma compie un atto dovuto. L’incertezza non riguarda pero’ soltanto i medici. In un’indagine realizzata tra i giudici tutelari, piu’ della meta’ non sapeva distinguere correttamente tra eutanasia passiva, autorizzata, ed eutanasia attiva, proibita.
Che cosa s’insegna nella materia Medicina palliativa?
Oltre alla formazione nella terapia del dolore e del sollievo dei sintomi, insegniamo aspetti giuridici, ad esempio le disposizioni del paziente. Le guide spirituali tengono seminari su temi religiosi, mentre gli psicologi spiegano agli studenti come possono dare conforto al malato. Si fanno delle esercitazioni pratiche, dove gli studenti interpretano il ruolo del medico quando deve spiegare al paziente che ha una malattia incurabile E’ uno dei momenti piu’ importanti nella vita di una persona, e per il medico l’inizio delle cure palliative.
In un colloquio di quel genere, su che cosa dovrebbe focalizzarsi l’attenzione del medico?
Dovrebbe ascoltare. Spesso in una situazione come quella il medico parla e il paziente e’ talmente sotto choc che dopo tre frasi stacca la spina. Molte persone, dopo le numerose viste sanno piu’ o meno gia’ di cosa soffrono. Percio’, ai nostri studenti suggeriamo d’interpellare il paziente: “Ha un’idea di quale sia la sua malattia?” In questo modo e’ lui a condurre la conversazione.
Migliori prestazioni della medicina palliativa potrebbero rendere superfluo il dibattito sull’eutanasia attiva?
No, certamente no. Con una buona medicina palliativa ci potra’ essere un minor numero di pazienti che desiderano morire prima del tempo, ma ci sara’ sempre qualcuno che si augura la morte. La societa’ dovra’ porsi questo problema. Prima pero’ dovremmo garantire a tutti che alla fine della loro vita potranno accedere a delle buone cure palliative. 29.04.2006
| Le riattivano il cuore «spento» 10 anni fa |
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Lorenzo Amuso
da Londra
Ha sconfitto un tumore linfatico e ha «cambiato cuore due volte». Ora sta benone e «non vede l'ora di tornare a scuola, dopo Pasqua». I miracoli in medicina succedono. E l'ultimo in ordine di apparizione è stato svelato dai medici londinesi.
La storia è questa. A dieci anni dal trapianto, una ragazzina gallese è stata sottoposta ad un nuovo intervento per la rimozione del cuore donato, sostituito dal suo organo «naturale», che nel frattempo ha ripreso a funzionare regolarmente.Un'operazione senza precedenti nel mondo della cardiochirurgia, che - secondo i medici del Great Ormond Street Hospital for Children di Londra - può anticipare importanti sviluppi nel trattamento dei pazienti afflitti da cardiomiopatia. La sostituzione del cuore si è resa necessaria dopo che l'organismo di Hannah Clark, una bambina di 12 anni, ha cominciato a reagire male ai farmaci anti-rigetto. Sofferente di una forma di cardiomiopatia ipertrofica, Hannah aveva subito un trapianto eterotopico all'età di due anni.Sir Magdi Yacoub, il chirurgo che allora aveva eseguito l'operazione, aveva preferito questo tipo di intervento - che prevede l'innesto del nuovo organo accanto a quello vecchio, non più funzionante, che comunque resta nella sede originaria - per via della giovanissima età della paziente. Un'operazione che aveva consentito alla bambina di vivere per anni senza alcuna complicanza. Solo a novembre scorso Hannah - dopo dieci anni dal trapianto - aveva accusato i primi disturbi causati delle medicine.I chirurghi hanno quindi deciso di intervenire. Durante l'operazione, durata la metà delle otto ore previste, è stato rimosso l'organo donato e poi è stato ricollegato il vecchio cuore, che ha ripreso a battere quasi subito. Un clamoroso successo, ma non del tutto inatteso dall'equipe medica. È ormai scientificamente dimostrato che un cuore in difficoltà a causa, per esempio, di un'infiammazione acuta può essere in grado di recuperare pienamente, se lasciato in uno stato di riposo terapeutico.Un principio non dissimile da quello che viene sfruttato in certi casi di trapianto di cuore artificiale, quando il nuovo organo svolge una funzione di salva-vita, consentendo talvolta ai pazienti di recuperare il pieno funzionamento del cuore naturale. «Abbiamo scoperto che il cuore della ragazza ora funziona piuttosto bene - ha confermato un portavoce dell'ospedale -. Così, rimuovendo l'organo trapiantato, abbiamo anche potuto interrompere la somministrazione dei farmaci anti-rigetto. Il cuore di Hannah si è ripreso quasi completamente e batte come uno qualsiasi».La convalescenza della ragazza procede piuttosto bene, è già tornata a casa. «Nessuno pensava che sarebbe stata come è ora. Si gode la vita e non vede l'ora di tornare a scuola dopo Pasqua», ha spiegato la madre di Hannah, che ha voluto ringraziare il donatore, il cui cuore ha consentito alla bambina di vivere per 10 anni, dicendo di essergli per sempre grata.
«È una storia a lieto fine» ha commentato soddisfatto Yacoub. «Sembra proprio che il riposo terapeutico abbia giovato al recupero del cuore della ragazza»,aggiunge Peter Weissberg della British Heart Foundation, secondo cui l'approccio moderno alla patologia di Hannah, sconosciuto però 10 anni fa, avrebbe consigliato l'innesto di un supporto circolatorio meccanico temporaneo, rimosso dopo pochi mesi, proprio per consentire all'organo sofferente di recuperare autonomamente. |
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VIRUS AVIARIO, PRUDENZA SULLA TRASMISSIBILITA’ DA UOMO A UOMO
La pandemia è lontana. Ma è caccia al farmaco
L’immunologo Aiuti: confusione e notizie vecchie. In Vietnam un contagio per affinità genetiche |
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Roma - Nessun allarme pandemia, il virus dell’influenza aviaria è sotto controllo. Le rassicurazioni del governo e degli esperti non convincono tuttavia la gente che assale le farmacie alla ricerca delle medicine contro i virus influenzali.
A smorzare i toni di emergenza seguiti alla segnalazione del contagio d’influenza aviaria data dalla rivista scientifica Nature che ha denunciato la comparsa di un ceppo del virus resistente ai farmaci, è intervenuto anche il noto immunologo dell’università “La Sapienza” di Roma Fernando Aiuti che bacchetta il «troppo allarmismo».
«Vengono diffuse notizie non tutte di attualità e spesso contrastanti che seminano il panico nell’opinione pubblica - ha detto Aiuti - Si fa una grande confusione anche sul vaccino contro l’influenza comune: c’è chi dice che si devono vaccinare tutti, bambini, adulti, anziani, sani o malati. Chi invece consiglia la vaccinazione a particolari gruppi di persone. Bisogna che il ministero della Salute dia un’indicazione precisa cui tutti devono attenersi».
«Il caso della trasmissione umana verificatasi tra due fratelli in Vietnam risale al febbraio scorso era nota non solo al mondo scientifico ma anche all’Oms e ai governi - ha spiegato l’immunologo - Ebbene, da quel mese non si sono avuti più casi di trasmissione da uomo a uomo. Per quanto riguarda questo caso vietnamita si potrebbe ipotizzare un contagio dovuto ad un particolare sistema genetico dei due fratelli. Non è detto che il virus dei polli si trasmetta a tutti i gruppi genetici umani. E non è nemmeno detto che la resistenza trovata al farmaco Tamiflu sia estensibile a tutti quanti gli altri ceppi del virus».
Riguardo al Tamiflu, l’antivirale di cui molti Paesi stanno facendo scorta per combattere una eventuale pandemia e che va a ruba nelle farmacie, Aiuti ritiene che la resistenza del virus a questo farmaco, per un solo ceppo, non vuol dire che possa essere estesa a tutti gli altri ceppi. L’immunologo sostiene che ormai è consolidato il fatto che farmaci di tutti i tipi vengano immessi in commercio nel nostro Paese con un ritardo che va da 4 a 6 mesi. Il fatto che il farmaco non si trovi non deve al momento preoccupare, perché l’epidemia non è vicina.
Inviti alla cautela sono giunti anche dal ministero della Sanità che dichiara: «è ancora presto per dire che il virus sia passato da uomo a uomo». Il responsabile del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute, Donato Greco, ha osservato che «il focolaio vietnamita è ormai spento da tempo». Per quanto riguarda le misure di contrasto dell’influenza aviaria, ha aggiunto, «non ci sono novità. Sul piano della sanità pubblica non avviene nessuna modifica».
Il cosiddetto «salto di specie» che permette al virus di adattarsi all’uomo «non è avvenuto. Non c’è nulla di nuovo», ha detto ancora Greco. La stampa ha finora parlato di tre casi, negli ultimi due anni, in cui è avvenuto il passaggio del virus dell’influenza dei polli da uomo a uomo: il caso della bambina vietnamita contagiata dal fratello risale al febbraio scorso; nel gennaio di quest’anno veniva segnalato un altro caso di contagio avvenuto in Vietnam in un uomo di 42 anni mai stato in contatto con il pollame, ma che aveva assistito il fratello, di 45 anni; un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine nel gennaio scorso, infine, descriveva il primo caso documentato di passaggio dell’influenza dei polli da uomo a uomo, avvenuto nel settembre 2004 in Thailandia in una bambina di 11 anni che aveva contagiato la madre e la zia.
Sono stati casi isolati e sporadici. Si tratta di episodi «estremamente rari e assolutamente improbabili», ha detto il microbiologo Michele La Placa, dell’università di Bologna. Le cose sarebbero andate molto diversamente se il virus si fosse trasformato in modo da adattarsi all’organismo umano: il virus avrebbe cominciato a trasmettersi con regolarità da un individuo all’altro e sarebbe stato l’inizio della pandemia. Ma perché questo accada deve cambiare qualcosa in una delle due proteine che rivestono il virus. Nell’uomo sono presenti pochissimi recettori ai quali possono legarsi virus influenzali non umani. Ma «perché avvenga il contagio deve esserci un’infezione massiccia: se l’infezione arriva da milioni di particelle virali, prima o poi una di queste riuscirà a legarsi ai rari recettori presenti nell’uomo» - ha concluso La Placa - Finora l’infezione è stata trasmessa in pochissimi casi da uomo a uomo e solo in seguito all’esposizione a dosi massicce del virus» |
I Tumori? Bombardiamoli con nanobombe a grappolo!
A cura de Il Pensiero Scientifico Editore
14/10/2005 16.54.00
Aperto un nuovo fronte nella guerra contro i tumori: i ricercatori dell’University of Delaware hanno messo a punto una ‘nanobomba’ capace di far letteralmente scoppiare le cellule tumorali. Lo rivela uno studio pubblicato dalle riviste NanoBiotechnology e Oncology.
Balaji Panchapakesan, assistente professore di Ingegneria Elettrica e elettronica all’University of Delaware avverte che ci vorranno ancora anni di test e studi clinici prima dell’uso clinico di questa tecnica rivoluzionaria, ma spiega: “Non ci nascondiamo dietro a un dito: puntiamo all’eradicazione totale del tumore”. Le nanobombe sono il risultato di 2 anni di lavoro con i nanotubi di carbonio, cioè agglomerati di atomi di carbonio in forma tubulare. Originariamente il team stava lavorando all’ipotesi di utilizzare i nanotubi per trasportare farmaci al bersaglio. Essendo il diametro dei nanotubi inferiore a quello medio di una cellula, infatti, potrebbero consentire una scelta molto selettiva dei tessuti ai quali destinare i farmaci. Durante i loro esperimenti, però, i ricercatori dell’University of Delaware hanno fatto una sorprendente scoperta: “Quando gli atomi sono disposti in forme differenti su nanoscala assumono diverse proprietà, e studiando le proprietà ottiche e termiche dei nostri nanotubi”, spiega Panchapakesan, “abbiamo scoperto che potevamo scatenare microscopiche esplosioni a grappolo, simili alle famigerate ‘cluster bombs’ utilizzate dall’esercito. Simili esplosioni uccidono le cellule tumorali, e la microscopica onda d’urto generata distrugge anche i microscopici vasi sanguigni che nutrono i tessuti tumorali. In soluzione salina le bombe sono ancora più efficaci, e questo ci ha suggerito che potevamo utilizzarle all’interno del corpo umano. Le nanobombe sono molto selettive, localizzate e minimamente invasive. Causeranno quello che noi chiamiamo un nanodolore, come una puntura di spillo”.
Un vantaggio delle nanobombe rispetto agli altri trattamenti mediante nanotubi ipotizzati da molti scienziati risiederebbe nel fatto che i nanotubi esplodendo vengono distrutti assieme alle cellule tumorali ed eliminati dai macrofagi del sistema immunitario. Altri trattamenti lasciano nanoparticelle e nanotubi intatti nell’organismo. Ciò potrebbe causare un accumulo nei vasi sanguigni o nei reni e una serie di effetti collaterali.
I ricercatori ritengono le nanobombe molto promettenti come agenti terapeutici in Oncologia, con particolare enfasi per le cellule dei tumori della mammella, a causa della loro particolare struttura. Spiega Panchapakesan: “Si tratta di un metodo migliore della chemioterapia, che non è selettiva e uccide le cellule sane assieme a quelle tumorali e comporta un peggioramento della qualità di vita dei pazienti”.
Fonte: University of Delaware press release 2005.
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