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Il laboratorio di microbiologia svolge un ruolo di fondamentale importanza in
quanto studia gli aspetti patogenetici e clinico-diagnostici delle malattie da
infezione e fornisce informazioni sull'efficacia in vitro degli
antibiotici oggi disponibili. Tutti questi dati vanno poi ad integrarsi con
quelli raccolti dal clinico per garantire il più efficace approccio
diagnostico-terapeutico. Per motivi di tipo logistico ed organizzativo è più
spesso lo specialista ospedaliero che si avvale del laboratorio.
D'altro
canto anche per il medico di medicina generale, anche se in modo indiretto, il
laboratorio fornisce informazioni determinanti nella scelta terapeutica. Spetta
infatti alla diagnostica di laboratorio l'importante compito di effettuare test
di sensibilità ad antibiotici o ad agenti antibatterici non solo per orientare
la terapia, ma anche per monitorare nel tempo l'evoluzione della resistenza
batterica e creare quindi le basi per il trattamento empirico delle
malattie infettive.
E' chiaro che i dati che provengono dai laboratori
di microbiologia sono tanto più utili quanto più sono riproducibili e
confrontabili con quelle prodotti da altri laboratori. Vi è pertanto la
necessità di un continuo controllo degli standard di laboratorio attuati e di
una omogeneità dei metodi di lavoro. Il Ministero della Salute ha avviato da
alcuni anni una serie di progetti di ricerca che hanno fra gli obiettivi oltre
ad un monitoraggio delle resistenze relative ai patogeni più rilevanti anche
l'istituzione di una rete di laboratori distribuiti su tutto il territorio
nazionale e con standard qualitativi confrontabili.
Il NCCL (National
Commettee for Clinical Laboratory Standards) è un organismo a livello
internazionale senza fini di lucro che detta le regole sui criteri relativi
all'esecuzione dei test, sui metodi di lettura dei risultati e soprattutto sui
criteri per la loro interpretazione.
L'antibiogramma del
microrganismo è un test che si basa sul presupposto che una sensibilità in
vitro del microrganismo ad una data terapia antibiotica sia predittiva
dell'efficacia dell'antibiotico in vivo. Le varie tecniche per eseguire
questo tipo di test sono sostanzialmente riconducibili a due metodi principali:
- Nel metodo della diffusione in agar il microrganismo in esame viene
coltivato su piastre di agar in presenza di antibiotici contenuti in dischi: se
il microrganismo cresce normalmente significa che è resistente, se invece è
sensibile si rende visibile attorno al disco un alone di inibizione. È un metodo
quali-quantitativo, semplice, rapido ed economico, valido per microrganismi
aerobi a crescita rapida. È il procedimento più comunemente usato in
laboratorio, e permette di ottenere una valutazione della MIC (Minimal
Inhibitory Concentration), ovvero la concentrazione minima di antibiotico in
grado di inibire la crescita batterica.

- Nel metodo delle diluizioni progressive la sensibilità del
microrganismo viene valutata in base alla sua crescita o meno in un terreno di
coltura - che può essere solido o liquido - contenente diverse concentrazioni
dell'antibiotico. Questo metodo è quantitativo e consente di determinare
accuratamente oltre alla MIC anche la MBC (Minimal Bactericidal
Concentration), ovvero la più bassa concentrazione di antibiotico in grado
di distruggere la totalità dei batteri. Il metodo è valido e preciso, ma
purtroppo anche costoso e di lunga attuazione, per cui l'impiego è limitato a
pochi casi:
- trattamenti di affezioni molto serie in cui sia necessario valutare la MBC
per determinare il dosaggio dell'antibiotico (es. nelle endocarditi batteriche o
osteomieliti);
- per la valutazione della sensibilità di microrganismi a lenta crescita (es.
micobatteri e actinomiceti) o anaerobi;
- per la valutazione della tolleranza di un microrganismo nei confronti di
antibiotici betalattamici (in cui le MIC restano invariate ed aumentano le MBC).


L'antibiogramma fornisce informazioni che consentono al medico
curante di effettuare la scelta dell'antibiotico più idoneo, ovvero la
cosiddetta terapia ragionata. Se in vitro risulta attivo un solo
chemioterapico, la scelta appare pressoché obbligata, e le valutazioni da fare
saranno quelle relative alla scelta del dosaggio dell'antibiotico e alla via di
somministrazione.
Se invece i chemioterapici attivi in vitro sono più di
uno, ecco che l'antibiogramma può fornire indicazioni estremamente importanti.
Data l'indaginosità del calcolo della MBC, che viene quindi limitata ai casi più
seri, dati molto importanti sono quelli relativi alle MIC dei chemioterapici in
esame. Purtroppo non viene data sufficiente attenzione a questi valori, e spesso
l'indagine si limita a determinare solo se il ceppo in esame è sensibile o
resistente: questo tipo di stima si basa sull'utilizzo di due concentrazioni
limite di antibiotico, dette breakpoints. Queste consentono di
classificare il microrganismo in: "sensibile", ovvero quando l'antibiotico
risulta efficace ai dosaggi comunemente raccomandati, "intermedio", quando la
crescita batterica è inibita solo al dosaggio massimo raccomandato, e
"resistente", quando l'antibiotico dovrebbe essere utilizzato a dosaggi che
risulterebbero tossici nell'organismo. L'antibiogramma andrebbe invece letto
anche in termini di MIC, con particolare attenzione alle differenze tra questi
valori ed i livelli serici raggiungibili. Infatti, diversi antibiotici possono
risultare ugualmente sensibili nei confronti di un antibiotico, ma avere MIC e
livelli serici diversi: la scelta dovrebbe quindi prediligere l'antibiotico con
MIC più bassa e livelli serici maggiori, il che permette di utilizzare dosaggi
più bassi. La scelta dovrà tenere inoltre in considerazione lo spettro d'azione
- che dovrà essere il più ristretto possibile per evitare fenomeni di resistenza
- nonché la sede da trattare, la cinetica del farmaco, la tossicità, e infine il
costo.
Alcune considerazioni a parte merita l'evoluzione tecnologica che
ha interessato la diagnostica clinica: infatti, tecniche radioimmunologiche,
immunoenzimatiche, di immunofluorescenza, l'impiego di anticorpi monoclonali e
l'immunoblotting, così come tecniche più recenti di cromatografia
(liquida o LC, gas-liquida o GLC, liquida ad alta pressione o HPLC) permettono
di effettuare diagnosi sempre più accurate e sicure, anche se il loro uso è
ancora limitato dall'elevato costo della strumentazione di base. Il futuro della
diagnostica sta mirando all'individuazione di macromolecole biologiche, secrete
dal microorganismo o derivanti da frammenti di questo, che permetteranno di
determinare la presenza di un microrganismo anche in caso di colture rese
negative da un trattamento chemioterapico in atto. In parte questo futuro si sta
già avverando con l'impiego delle biosonde, o probes, ovvero
frammenti singoli di DNA o RNA messaggero appartenenti a un determinato
microrganismo, che risultano complementari - e quindi ibridizzano - con il DNA o
l'RNA appartenente a microrganismi della stessa specie, e a volte dello stesso
ceppo, presenti sul materiale patologico in esame. Le biosonde vengono già
impiegate in alcune patologie quali quelle causate da microrganismi che crescono
con difficoltà o lentezza in coltura, patologie enteriche, respiratorie (es.
Mycoplasma), trasmesse sessualmente (es. Chlamydia), e causate da
Micobatteri.
Bibliografia
- D. Bassetti. Antibiogramma. Da: Chemioterapici antinfettivi e loro impiego
razionale. Intramed Communications: 305-309.
- G. Cavallo. Considerazioni sugli spazi e limiti della microbiologia clinica.
GIMMOC, 1999; 1(III): 5-10.
- Valutazione in vitro delle resistenze agli antibiotici.
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